La vigna è un luogo naturalmente creativo

– di Simonetta Lorigliola-

Il vigneto planetario di Ronco Pitotti

foto Francesco Orini

foto Francesco Orini

Ronco Pitotti. Un vigneto che è un opificio di biodiversità. L’upupa si appoggia al palo di sostegno della vite. Gli insetti, ”la collettività che più raffinatamente può fungere da bio-indicatore di un ambiente“ come dice Gilles Clement, popolano a decine e decine questo microcosmo e contribuiscono alla sua costante vitalità. Le api ronzano e si occupano, da agosto, di succhiare la parte zuccherina degli acini danneggiati regalando alla vendemmia un grappolo sano. Ci sono poi le coccinelle. E intere colonie di piccoli esseri viventi che abitano il sottosuolo, anche loro parte di una catena biologica felice che ogni giorno si allunga e si modifica. Il suolo vive del suo humus e fa vivere i suoi ospiti. C’è posto per tutti, anche per l’uomo. Siamo in un vigneto planetario.

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Qui tutto è urgente, ma tutto è mutevole. “E’ un laboratorio a cielo aperto”, dice Lorenzo Mocchiutti, che di Ronco Pitotti è, insieme a Federica Magrini, custode, lavorante e progettista. E’ Lorenzo il vignaiolo planetario che “propone di guardare la diversità come una garanzia per l’umanità” (G. Clement). Partire dal proprio vigneto e sentirlo come improprio, ovvero come luogo in divenire in cui ogni essere vivente, umani compresi, ha la sua parte, il suo ruolo e la sua responsabilità nel pensare la Terra come un frastagliato ma unico ed enorme pezzo di terra.

Differenti tipologie di vitigni abitano questo anfiteatro naturale, questa vigna monumentale e fuggitiva che è il Ronco Pitotti, in prossimità di Manzano.

Un’isola. Un semicerchio naturale, coltivato a vite da chissà quale inizio. Le balze, ovvero le terrazze, sono state realizzate nel Cinquecento. Dagli anni Venti la famiglia Pitotti ci si installò. E il vigneto fu coltivato con il metodo biologico fin dagli anni Settanta, poi abbandonato per alcuni anni ed infine, nel 2001, preso in adozione da Lorenzo e Federica, anima e corpo dei Vignai da Duline.

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E’ stata una gioia accogliere, accanto ai terreni di famiglia che già lavoravo, questo prezioso appezzamento che da più di 40 anni non aveva visto pesticidi e porcherie arrivargli addosso. Un suolo vivo. Una vera fortuna”. Una rarità, indubbiamente. Anche se negli ultimi anni con il trend (che è per molti una scelta trendy, appunto) biologico e biodinamico qualcosa forse è cambiato, resta il fatto che la grande maggioranza dei terreni coltivati – anche a vite – lo è secondo il metodo di Liebig (Justus von Liebig 1803-1873): cosa serve alle piante per crescere? Azoto e fosforo. Ebbene noi glieli forniamo artificialmente e il gioco è fatto. Produzioni massimalizzate e programmate. Profitti agricoli. Agricoltura come industria. Così facendo si interrompe il ciclo biologico e vanno poi controllati con altri interventi malattie, parassiti e così via. Una volta distrutto l’equilibrio microbiologico si crea la dipendenza dalla fornitura agrochimica.

I vigneti diventano così deserti impopolati. E non importa che ci si trovi in Borgogna o in Veneto.

Ma esiste la via di fuga. Ronco Pitotti è un paradigma di vigneto planetario. Un cantiere agricolo evolutivo che bisognerebbe guardare con l’interesse di un antropologo, la precisione di un agronomo e la gioia di un bambino.

E’ anche un vigneto-giardino che accoglie il visitatore con l’identico abbraccio, di storia e bellezza, che può dare un teatro greco. Ma non c’è nulla di aulico ed ordinato.

Come ben rileva lo sguardo antropologico di Gianpaolo Gri, questo è il luogo in cui ordine e disordine felicemente si combinano.

Vigneto e suolo erboso, erba medica a terra, ai lati alberi da frutto selvatici o inselvatichiti e parcelle di bosco.

Foto J. Karapetia

Foto J. Karapetia

E, al fondo, nella parte più fresca come gli compete, quattro filari di Pinot nero. Uva madre delle uve, che ha dato vita in secoli di incroci spontanei e lentamente favoriti, a decine e decine di varietà coltivate in ogni zona vitivinicola del pianeta. Presa per sé sola, è l’uva nobile che genera vini d’eccellenza come i rossi borgognoni e molti Champagne.

Uva aurea, originaria della grande Borgogna e poi viaggiante. Uva zingara, arrivata anche in Friuli, pare intorno alla fine dell’Ottocento. Oramai autoctona. L’origine è sempre mescolamento. E oggi il Pinot nero di Ronco Pitotti regala un vino unico, per austerità e complessità, e grandissima piacevolezza. Vino longevo, evolutivo.

Bisognerebbe poterlo assaggiare proprio nel vigneto che lo produce.

Dove, come racconta Federica, “Mancava qualcosa. Era un paradiso dove non trovavo il punctum, il luogo della piccola estasi”. Mancava qualcosa. E quel qualcosa, lo ha regalato a questo luogo già di per sé unico, la scultura di Massimo Podelmengo, che è desco, tavolo e metallico focolare. O semplicemente centro di un equilibrio disordinato e felice come quello che a Ronco Pitotti si vive e si respira.

Vignai da Duline
Via IV Novembre 136, Villanova del Judro UD
tel.0432 758115  info@vignaidaduline.com

 

 

 

 

 

Scritto da simonetta lorigliola

simonetta lorigliola

Simonetta Lorigliola, studi filosofici, è giornalista e vive e lavora a Trieste.
ha collaborato con "EV. Vini. Cibi Intelligenze", la rivista di Luigi Veronelli. Dal 2004 al 2010 ha diretto la Comunicazione sociale e le Campagne per Altromercato, la maggiore organizzazione di commercio equo e solidale italiana per la quale ha fondato il progetto IlCircolodelCibo. Autrice di pubblicazioni su origini e storia, ha recentemente pubblicato "È un vino paesaggio" (DeriveApprodi, Roma, 2017) È stata tra gli ideatori del progetto "t/Terra e libertà/critical wine" che ha organizzato decine di eventi in tutta Italia. Oggi collabora con il Seminario Veronelli. Scrive su Konrad dal 2012 e da ottobre 2015 ne è la direttrice.

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