Viaggio a Seoul, la città più connessa del mondo

di Alessandro Redivo

Qui tutto è nuovo. E non c’è tempo per pensare. Tutto va troppo veloce, bisogna correre.

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Ti accorgi di non essere in Europa subito dopo l’atterraggio. Il comandante invita i passeggeri a rimanere seduti con le cinture allacciate, in attesa che le porte si aprono. Nessuno si muove, nessuno accende il cellulare. Rimangono tutti fermi, seduti in attesa.

In autobus il cielo plumbeo di Seoul si confonde con il grigiore dei grattacieli, unica variante a questa monotonia è il verde acqua delle vetrate. Il paesaggio urbano è straordinariamente seriale e ordinato, sembra essere stato disegnato da un unico architetto, progettato da un unico urbanista.

Seoul è una città verticale. I quartieri sono delimitati da strade a sei corsie per ogni senso di marcia, formati da grattacieli differenziati gli uni dagli altri solo da numeri e lettere.

Spazi verdi, marciapiedi, ponti, tutto è studiato in ottica funzionale, non c’è spazio per la ricerca estetica. Le strade sono un capolavoro di praticità per i 25 milioni di persone che gravitano attorno alla città. Persino le strisce pedonali sono differenziate secondo il senso di marcia.

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Qui tutto è nuovo: strade, mezzi pubblici, auto, centri commerciali, ristoranti. Gli antichi palazzi imperiali, molti dei quali cancellati dalle invasioni cinesi e giapponesi, non sono altro che contenitori vuoti destinati ai turisti e svuotati della loro identità. La Corea del Sud è una nazione nuova.

Un americano sposato con una coreana e residente a Seoul da 15 anni, mi racconta che la Corea del Sud 50 anni fa era uno dei paesi più poveri al mondo, mentre oggi è fra le potenze mondiali, leader in tecnologia e innovazione. “Chi oggi detiene il potere”, dice, “ha lavato i panni nel fiume Han (il fiume che attraversa Seoul); è ovvio che lavorare 12 ore al giorno non lo spaventa, ed è altrettanto ovvio che il successo mira esclusivamente alla scalata sociale o al benessere economico”.

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Non c’è tempo per pensare ad altro, tutto va troppo veloce, bisogna correre.

I coreani riescono ad andare ancora più veloci quando sono fermi. In metro, in attesa di un autobus, appoggiati al muro o fumando una sigaretta, l’immancabile Smartphone si collega alla rete ultra veloce grazie ai milioni di punti Wi-Fi sparsi ovunque, creando un effetto visivo a dir poco bizzarro: centinaia di teste abbassate in religioso silenzio. Non a caso, Seoul è considerata la città più connessa al mondo.

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Mentre passeggio per i viali, nelle televisioni dei negozi dei centri commerciali vanno in onda video di boy e girl band che propongono una musica Pop dai ritornelli semplici, accompagnati da balletti elementari in stile recita scolastica; pelle chiara e volti puliti, di un candore pallido.

Una nazione giovane, veloce, dinamica, che paga a caro prezzo una crescita repentina e incontrollata. Chissà se riusciranno a guardarsi indietro, a rallentare e ascoltare gli artigiani che popolano i mercatini del centro; chissà se i libri che buttati a terra nei negozi, troveranno posto sugli scaffali delle biblioteche; chissà se quell’ottimismo artificioso sui visi dei cantanti teenagers diverrà consapevole.

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Di notte, in giro per le strade di Seoul, a fianco di un laghetto artificiale circondato da alberi e piste ciclabili, il canto dei grilli si confonde con una musica neo melodica coreana. Anziani in tuta da ginnastica e giovani donne eleganti passeggiano. Si sta bene, sono ottimista.

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