Un monumento di Mascherini a Servola

– di Fabiana Salvador –

Tra le erbacce, sommerse memorie di confine.

Confini naturali. Confini storici. Confini ecologici. Confini identitari. Quanti confini solo a Servola. In alto a via Pitacco, all’ingresso della direzione della Ferriera, un monumento, senza targhe, si confonde tra la vegetazione incolta e il ricordo di qualche roseto che svela attenzioni e cure passate. E’ una stele, con un bassorilievo bronzeo raffigurante San Giorgio nell’atto di uccidere il drago che porta l’autorevole firma di Marcello Mascherini. Si tratta di una copia di un’opera in pietra realizzata probabilmente nel 1945 (così attestano i ricordi dello scultore sul retro di una fotografia d’epoca nell’archivio Mascherini) per la Tomba Steden-Bonifacio tuttora nel cimitero monumentale di Sant’Anna a Trieste. Pochi sono i Servolani che sanno della sua esistenza. Il rimando è al “Borgo S. Giorgio”, costruito dall’OAPGD (Opera per l’Assistenza ai Profughi Giuliani e Dalmati), il cui fondo è conservato oggi dall’Ater di Trieste. Fino a una quindicina di anni fa in prossimità del monumento c’era un cartello blu che indicava appunto “Borgo S. Giorgio”, non più rimesso. Alcuni chiamano ancora quest’area che si estende dalla chiesa parrocchiale allo stabilimento siderurgico, “Borgo”; qualcuno dice “là degli esuli”; qualcun altro con un po’ di malizia lo definisce “Borgo Giuda”. Nei libri su Servola non se ne parla. In dialetto sloveno servolano la zona era anticamente chiamata Ograda, a indicare un terreno destinato alla coltivazione ma anche una zona recintata. In seguito la frazione fu denominata pure Ilvania, da Ilva. Di proprietà della Chiesa, venne ceduta per un prezzo irrisorio nell’agosto del 1956, come accade per altri lotti della periferia triestina, spesso espropriati a partire dal 1952, quando fu varato il piano di edilizia nazionale ed entrò in fase operativa la costruzione di interi quartieri destinati ai profughi. La scelta dei siti, in diversi casi ubicati in zone interamente slovene, determinò polemiche e non poche forme di resistenza. Servola fu fra queste. Si parlò di bonifica nazionale e rafforzamento dell’italianità sul confine orientale.
Dal 1954 a Trieste nacquero altri sei nuovi borghi intitolati ai santi patroni istriani: Borgo S. Mauro tra Sistiana e Aurisina, Borgo SS. Quirico e Giulitta a S. Croce, Borgo S. Nazario a Prosecco, Borgo S. Pellegrino a Opicina-Campo Romano, Borgo S. Eufemia al Cacciatore tra Cattinara e il rione di S. Luigi e Borgo S. Servolo in via Cantù, nelle vicinanze dell’Università. In città esisteva inoltre il complesso senza nome dell’OAPGD tra via Baiamonti e Ponziana, il più grande insediamento di profughi in provincia di Trieste. Era poi in progetto la costruzione di 300 appartamenti nel nascente Borgo S. Sergio. A questi vanno aggiunti il Villaggio del Pescatore S. Marco alle foci del Timavo e il Villaggio del pescatore (formalmente si trattava di due borghi, Borgo S. Cristoforo e Borgo S. Pietro) situato a Muggia. Con i borghi si volevano far rinascere nell’esilio le cittadine istriane. In ognuno fu collocato e benedetto almeno un monumento. Altri interventi architettonici ed eventi commemorativi resero più che evidente il fatto che Trieste era da considerarsi la nuova patria di numerosi istriani e dalmati: il monumento a tutti gli infoibati di Basovizza, il Tempio mariano, dedicato alla protettrice dell’Italia e visibile da tutta l’Istria, il monumento a Nazario Sauro eretto nel 1966.
L’inaugurazione del nuovo borgo a Servola, costituito in questo primo lotto da 110 alloggi e due negozi (nel 1966 il rione avrebbe accolto un totale di 382 famiglie), avvenne il 24 maggio 1959, nel 44° anniversario dell’entrata in guerra dell’Italia contro l’Austria-Ungheria. Fu dunque dedicato a S.Giorgio, patrono di Pirano, Pinguente, Portole, Pisinvecchio, Sovignacco, Stridone, Grimalda, Fianona e Laurana. Giorgio, come ricordò Mons. Bruni, è un nome di origine greca che significa “lavoratore della terra” e, secondo la tradizione, identifica il valoroso soldato romano a cui spetta la fedeltà all’Imperatore e l’impegno di mantenere onorata la propria divisa. Il progetto iniziale del monumento prevedeva la costruzione di una stele, formata da “due blocchi di calcestruzzo armato, a forme diverse, con facce battute alla martellina [e] tettuccio in lamiera metallica colorita ad olio”, che fu poi realizzata come pure il lastricato romano, oggi visibile solo nelle fotografie d’epoca. L’immagine sacra avrebbe dovuto essere in mosaico vetroso di Spilimbergo a colori, con una scritta. Ma si preferì la soluzione scultorea. Un particolare saluto durante la cerimonia inaugurale fu rivolto a Mascherini e a Silvio Bonifacio (proprietario del bassorilievo); sulle pagine coeve di “Difesa Adriatica” fu scritto che avevano consentito alla realizzazione della copia bronzea “generosamente e disinteressatamente”.
La creazione del borgo portò alla demolizione delle vecchie mura medievali di cinta, mentre si provvide alla recinzione del nascente villaggio, segnando nuovi confini non solo geografici. Un monumento. Un luogo. Una memoria plurale e complessa che non deve rimanere sommersa.

Fabiana Salvador

Scritto da fabiana salvador

fabiana salvador

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *