Un mondo di montagne

– di Riccardo Ravalli –

 

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Ho visto il docu-film Friuli Nepal Mandi Namasté, realizzato con il contributo della Regione FVG dall’associazione che porta lo stesso nome del film.

Da alpinista ed amante della montagna e del suo ambiente, mi aspettavo in verità di assistere a qualche salita. Invece dallo schermo ecco le immagini che raccontano di ragazzi, di compiti e lezioni, di trasferimenti a piedi lungo disagiati percorsi per raggiungere le scuole. Un po’ come facevano nel Mugello gli scolari, espulsi dalla nostra vecchia e cara scuola, e accolti in quella di don Milani a Barbiana.

Raccontano di due mondi, distanti nello spazio e nel tempo migliaia di chilometri e forse più di 100 anni dal nostro Friuli, accomunati nel documentario, dalla difficoltà di vivere in aree al limite. Per fortuna, tante mani tese creano un ponte affettivo, materiale e culturale, tra comunità.

E’ stato come fare un viaggio nel nostro passato. Potremmo evidenziarne tanti aspetti: un ambiente incontaminato, condito da fame ed ignoranza, con scuola e cultura assenti o per pochi e classi sociali a compartimenti stagni e molto altro. Analoghi spunti avevo trovato in un libro dal titolo “Quark economia”, scritto anni or sono dall’inossidabile Piero Angela, che confrontava l’Italia di 100 anni fa con altre regioni del mondo e tra queste con l’America del Sud di oggi, rimarcandone analogie e differenze, in termini di mortalità infantile, analfabetismo, durata di vita.

Alcuni aspetti li ho potuti toccare con mano in Perù dove ho conosciuto un ragazzo locale diventato guida alpina in Svizzera, grazie al contributo dello Stato e che avrebbe poi restituito man mano, svolgendo la sua attività in un ambiente eccezionale. Allora senza alcuna struttura, ora invece, mi raccontano, con super percorsi ciclabili, una serie di rifugi alpini dove si possono appoggiare gli alpinisti o meglio gli ”andisti”, visto il luogo.

Strutture ed accorgimenti che oggi, nonostante tutto, limitano gli impatti della presenza umana in alta quota. Ricordo il candido ghiacciaio dell’Alpamayo, ora devastato dal riscaldamento globale ma, già in anni successivi alla mia visita, anche da rifiuti di ogni genere, eredità dei campi avanzati. Un po’ come succede ancora ai piedi dell’Everest e non solo, nonostante l’impegno di alcune Associazioni.

Oggi per fortuna, si possono confrontare tanti interventi positivi, come appunto quello relativo al Nepal, e pure quello di un’altra Associazione “Mountain Wilderness” che nel Pamir e nell’ Hindu Kush afgano, aree di elevatissimo interesse ambientale, in Pakistan nell’Alto Hunza, abbina la formazione tecnica per future guide alpine, alla tutela dell’ambiente e, aspetto ancor più rilevante, coinvolge contemporaneamente uomini e donne di diverse etnie e religioni.

Ripenso ancora alla scuola in Nepal, abbarbicata sul versante meridionale dell’Himalaya. Non so come siano raggiungibili questi centri d’inverno, tra neve e pioggia, a quelle quote. E mi domando, dopo lo studio che prospettive, che futuro? Emigrano in pianura? Quanto resisteranno gli insegnanti?

Per realizzare questi basilari, positivi, interventi sono necessarie risorse extra anche private e l’impegno personale di molti, europei e locali, a fronte di problemi ancora irrisolti. Basti pensare che solo recentemente è stato realizzato un presidio sanitario per i circa 10.000 sherpa nepalesi che vivono nei dintorni e che così risparmiano 3 giorni di cammino.

Spero siano tappe di un percorso che possa portare in futuro ad una più stretta ed auspicata collaborazione tra le diverse Associazioni, magari sotto un’egida comune, per garantire insieme alle strutture del luogo ai ragazzi/e nepalesi, pakistani, afgani, un lavoro e una vita più normale, per far loro liberamente scegliere un futuro con corde e ramponi piuttosto che il kalashnikov, utilizzato in guerre civili ed altre sanguinose lotte.

Un altro traguardo è rendere il territorio di bassa quota non un inutile tratto da attraversare per raggiungere gli 8000 ma una tappa di un percorso di un turismo solidale, a misura, e risorsa per evitare l’emigrazione dei “cervelli”, di questi ragazzi che oggi cominciano a studiare.

Per contribuire anche a mantenere integro e vivibile un ambiente che potrà subire anch’esso le ingiurie del riscaldamento climatico.

Potremo così scacciare i demoni della guerra che dalle pianure tentano di contaminare anche le immacolate cime dell’Himalaya e bloccare sul nascere quella violenza, recentemente scatenasi al campo base dell’Everest.

Dovrà essere solo un brutto ricordo e non l’inizio di un altro fronte di scontro tribale.

Scritto da riccardo ravalli

riccardo ravalli

Iscritto fin quasi dalla nascita ad una Sezione di Trieste del CAI, secondo una tipica usanza triestina, ho coltivato la passione per l’esplorazione e la conoscenza di tutti gli ambienti naturali: dalle grotte del Carso all’ambito montano nella sua complessità, come geologo ed anche in veste di Operatore Naturalistico e Culturale dell’Associazione.
Ho trovato così nuovi stimoli, proponendo escursioni in siti d’interesse geologico ed ambientale, correlate a varie attività divulgative.
Amante anche della fotografia, ne ho tratto ulteriori spunti per analizzare ancor più profondamente la storia dei nostro territorio e i criteri di tutela e di gestione sostenibile.

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