Un dialogo attorno a poesia e pubblicità

Il casus belli è nato da un’intervista di Mary Barbara Tolusso a Gian Mario Villalta apparsa su ‘il Piccolo’ l’8 novembre 2017, dal titolo: “Se il poeta fa il pubblicitario”. L’intervista, che sostiene l’uso a fini pubblicitari della poesia, fa da volano a un’operazione dello stesso Villalta, che ha utilizzato dei versi a sostegno di un video promozionale – e, secondo l’autore, artistico – per un’azienda di stufe e caminetti. Essendo la poesia, la sua diffusione e la sua ricezione, cara a due nostri collaboratori – Stefano Crisafulli e Riccardo Redivo – che hanno dimostrato in più modi di conoscerla, diamo loro la parola per un confronto sul tema.

 

SC Caro Riccardo, io son convinto che il fine di ciò che un poeta scrive non debba essere la commercializzazione di un prodotto: se io scrivo una poesia per vendere un hamburger cambia completamente il senso dei miei versi, per il semplice fatto che concentrerò la mia attenzione in modo strumentale sulla merce (in questo caso l’hamburger).

RR Io in generale non sono totalmente contrario a questo uso; certo, c’è il rischio che i versi, come dici tu, diventino altra cosa. Per questo, tralasciando la qualità, è importante capire se il poeta ha scritto appositamente per la pubblicità oppure ha preso dei versi che possedeva già e li ha inseriti per il filmato pubblicitario. Comunque molto immagino dipenda da come venga realizzato lo spot.

SC Secondo me non conta come viene realizzato lo spot, ma il fatto che lo sia. È una questione di cornici: se la cornice del mio scrivere è una marca da pubblicizzare, tutto ciò che metterò all’interno della cornice, anche se dorata e preziosa, verrà influenzato e deformato.

RR Non sono adorniano, anche se un tempo forse lo ero, ma ora i tempi sono cambiati e la poesia, come ha sempre fatto nelle culture che l’hanno prodotta, da cui indissolubilmente dipende, muta percettibilmente di collocazione, si allarga e abbraccia altre dimensioni che la maggior parte dei contemporanei non capisce. E mi ci metto in mezzo anch’io, ovvio. Un esempio non diverso è la musicazione delle poesie, che oramai viene accettata senza troppi storcimenti di naso. Ma ritornando al tuo ragionamento, si potrebbe dire che molti hanno per cornice non una marca, ma se stessi da pubblicizzare…

SC Mettere in musica una poesia, però, a costo di ripetermi, è un’operazione ben diversa. A parte che, come ben sai, le poesie anticamente erano tali proprio perché si accompagnavano alla musica, ma se guardiamo ai giorni nostri ci sono alcuni cantautori che spesso vengono accostati alla poesia: penso al recente premio Nobel Bob Dylan o a Fabrizio De André. Ad ogni modo, in questo caso si parla di diverse modalità espressive che non spostano di molto la finalità. Se poi mi dici che Dylan vuole vendere i suoi cd, è vero, ma anche chi pubblica un libro di poesie probabilmente è contento se il suo libro viene venduto e comprato, bisogna capire se quest’operazione è stata fatta solo in funzione della vendita. Ma tu cosa intendi per ‘pubblicizzare se stessi’?

RR Molti poeti di oggi sono sfacciati, senza scrupoli e tendono a imporsi senza un fine preciso, senza una propria poetica, un proprio dire che possa inserirsi in un contesto sociale, collettivo e che possa innescare qualcosa di profondo e utile. Vanitosi e narcisisti tendono a formare gruppi di autocompiacimento che si sostengono per vanità e poco senso. Se poi ci aggiungi la voglia di guadagnarci su, siamo a posto. Credo però di essere uscito dal seminato, a cui faccio immediatamente ritorno. Per approfondire l’analisi del nostro argomento bisogna ricercare l’esistente e il preesistente. Ho in mente almeno due esempi. Il primo è la pubblicità di una salsa di pomodoro con la lettura dell’Ode al pomodoro di Neruda, con immagini e musica abbastanza equilibrate che non mi sembra tolgano granché dignità alle parole del poeta. Certo, è piuttosto banale, pedissequo e il poeta non l’ha scritto con questo fine, ma ho sentito leggere o cantare Neruda in maniera assai peggiore. Il secondo è Tonino Guerra, prestatosi volontariamente alla pubblicità più volte (sia per una catena di negozi – ricorderai il suo l’ottimismo è il profumo della vita – sia per reclamizzare un vino).

SC Prendiamo pure i due esempi che hai fatto: Neruda era già morto da tempo quando hanno utilizzato la sua ode per la pubblicità e non son sicuro che lui sarebbe stato d’accordo, ma anche lasciando perdere questo particolare, qui sta la divergenza tra il mio pensiero e il tuo: a me sembra invece che la dignità venga tolta proprio dalla cornice, perché le parole del poeta sembrano parole qualunque. A quando l’Ode al carciofo per i carciofini sottaceto? Capitolo Tonino Guerra: è vero, si è prestato alla pubblicità più volte, ma quella frase (l’ottimismo..) è evidentemente uno slogan preparato apposta per lo spot in questione, non è una poesia. Ciò che voglio dire è che gli ambiti non vanno confusi.

RR No, per me non è così. Se, come hai detto, le parole sembrano parole qualunque, allora lo sono e non sono buone: la cornice non è il contenuto, per me. E poi Guerra non ha scritto slogan, ma non approfondisco. Recentemente ho sentito un altro spot (di una catena di supermercati) che si serve di un verso: Nessun uomo è un’isola. La paternità del verso non è dichiarata ma quanti sanno che è di John Donne? Fra il XVI e il XVII secolo non si scriveva certo a fini pubblicitari, ma un verso è stato usato – benché il modo ancor mi schifi – e se un verso vale, quello oltrepassa la pubblicità, il proprio fine, per arrivare alla testa, al cuore dell’ascoltatore. Il fine è importante ma non è tutto, non è la poesia. La poesia si salva da sé, se buona. E – lo dico a fatica perché il contesto è l’ultimo dei peggiori – sono grato a questi spot perché testimoniano una presenza, una vita poetica, seppur residuale, che può essere trasmessa. La poesia salva: senza ne siamo perduti.

SC Neanche per me la cornice è il contenuto, dico solo che la cornice influenza il contenuto e ne deforma l’intenzione dell’autore. John Donne e Pablo Neruda, in fondo, non avevano l’intenzione di usare i propri versi per vendere prodotti. Ad ogni modo son d’accordo con te che i versi di Neruda o di Donne non perdono valore dopo esser passate (a loro insaputa) nel tritacarne pubblicitario. E ancor di più son d’accordo sul fatto che, senza poesia, siamo perduti. Per questo andrebbe preservata da chi vorrebbe ridurla a merce.

Scritto da riccardo redivo

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