Ho ucciso, Ho sanguinato – La prima guerra mondiale di Blaise Cendrars

❝Un poeta
è il cielo
e l’inferno❞
da Rapsodie gitane – 22 La Cornue

 

Ora che sono momentaneamente finiti gli anniversari della prima guerra mondiale, posso finalmente parlarne anch’io, non lungamente e come per caso.

Blaise Cendrars, poeta e narratore, è sempre stato poco tradotto in Italia, e non si capisce il perché, considerato il suo valore. A porre un piccolo, iniziale rimedio è una casa editrice di Trieste, Nonostante edizioni, il cui direttore abbiamo intervistato un po’ di tempo fa (Giovanni Pilastro, K183, febbraio 2013). Questa casa editrice ha pensato bene di pubblicare due racconti legati alla Grande guerra, che l’autore ha combattuto in prima persona (l’esperienza ritorna più volte, in primis nel suo romanzo autobiografico La mano mozza, del 1946).

Il primo racconto (Ho ucciso) è stato scritto a guerra finita, mentre il secondo (Ho sanguinato) “appena” nel ’38. La differenza temporale incide chiaramente sullo stile: il primo più intimista, sensoriale; il secondo più narrativo, descrittivo.

Blaise Cendrars ritratto da Henri Martinie

Blaise Cendrars ritratto da Henri Martinie

Blaise Cendrars a parigi, 11 gennaio (aFparchives)

Blaise Cendrars a parigi, 11 gennaio (aFparchives)

Nel primo brevissimo racconto, la scrittura scattante, percettiva, sensitiva di Cendrars conferma la sua poesia: l’invasione della realtà – in e con tutti i sensi – non schiaccia ma fa andare avanti, o in alto. Per quanto siano pesanti le circostanze, Cendrars riesce ad alleggerirle veicolandole con nitore, vivezza, colore: il peso non si perde, si distribuisce. Come se scomponesse una tempesta e mostrasse alcune tessere che la formano (Odore di culo infiammato di cavallo, di motocicletta, di fenolo e anice. Sembra quasi di inghiottire pneumatici tanto l’aria è pesante, la notte irrespirabile, i campi impestati). E il sogno e la poesia non scompaiono con la realtà, come dimostrato da alcune righe dopo la precedente citazione: Improvviso parte un aereo in un gran trambusto. Le nuvole lo inghiottono. La luna gli corre dietro. E i pioppi della statale prendono a girare come i raggi di una ruota vertiginosa. A cui segue un elenco futurista: Mille schianti. Fuochi, roghi, esplosioni. Valanga di cannoni. Assalti. Sbarramenti. Mortai.

Ma si potrebbe parlare anche dell’immensa macchina da guerra, dell’epicità che, quando c’è, è sempre terribile, del livellamento delle categorie durante i combattimenti al fronte (non esistono più mostrine) – come fosse una pre-morte, un’anticamera, una dimensione limbale che uniforma tutti e che può lasciare anche vivi – ma il racconto è così breve e così prezioso che ho già detto troppo. Però, a confermare le mie parole, che cosa scrive Cendrars, a fine racconto, a proposito della realtà? Ho il senso della realtà, io, poeta.

Il secondo racconto invece, più lungo, diventa più narrativo, più piano, quasi (ma io ne sono certo) a rispecchiare le lentezza del ricordo e in modo da racimolare più informazioni possibili per darle a se stesso e al lettore. Se il suo stile cambia le vesti, non cambia il corpo, però è come se l’obbiettivo fosse un altro: prima c’era una voglia di stendere le sensazioni, quasi di esorcizzare il male, il dolore provato (acustico, visivo, spirituale), ora è più un richiamare alla memoria il trauma (non tanto la mano amputata ma la vita nel mare fosforescente delle trincee, i combattimenti, l’ospedale) per raccontarlo e, aggiungo io, suggerire di non ricascarci.

Ed era la Prima Guerra Mondiale

 

Riccardo Redivo

 

[Da Konrad n° 218 – luglio-agosto 2016, p. 19]

Scritto da riccardo redivo

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