Trieste per Pinocchio. Pinocchio per Trieste.

– di Fabiana Salvador –

Una fontana. Memorie di confine.
Le avventure di Pinocchio. Storia di un burattino. Romanzo di Carlo Collodi/Lorenzini scritto a Firenze nel 1881 e pubblicato nel 1883 dalla Libreria Editrice Felice Paggi con le illustrazioni di Enrico Mazzanti. Testo divenuto poi celeberrimo e tradotto in almeno trecento lingue. Nel settantesimo anniversario dalla sua creazione, il sindaco di Pescia Rolando Anzillotti decide di erigere un monumento a Pinocchio nel borgo di Collodi, luogo in cui era nata la madre dell’autore. Trieste, all’epoca giurisdizione del Governo Militare Alleato, diventa protagonista dell’evento e il burattino, uno strumento di propaganda politica.
Nei primi mesi del 1953 Anzillotti firma un contratto con la ditta triestina Biscotti Vidiz che lancia in tutta Italia un concorso a premi basato sulla raccolta di figurine ispirate al famoso libro e presenti nelle confezioni dei suoi prodotti. L’invio dell’album completo dà diritto a ricevere in omaggio un volume illustrato e rilegato della Collezione Mosaico e a partecipare al sorteggio di ricchissimi premi, fra cui tre moto Guzzi 65 e numerose biciclette fornite da Giordano Cottur. A Trieste si costituisce un comitato per il monumento, del quale fanno parte i rappresentanti della stampa locale, mentre la presidenza è assunta dal sindaco democristiano Gianni Bartoli, in seguito definito “sindaco della seconda redenzione”. Da Trieste alla fine di marzo parte una diligenza con Pinocchio, Geppetto, Mangiafuoco e la Fatina dei capelli turchini, che attraversa tutte le principali città italiane, distribuendo ai bambini, assieme ai biscotti e alle figurine, una tesserina che autorizza i possessori a dire una bugia alla settimana, senza pericoli per la lunghezza del loro naso. Giunta a Collodi, la diligenza porta il messaggio e il saluto dei triestini.
Le principali testate nazionali sottolineano con enfasi il contributo della “italianissima” Trieste. Il clima è estremamente caldo. Si avvicina il trentacinquesimo anniversario dell’annessione della città all’Italia (1918). Durante l’estate l’esercito italiano invierà truppe lungo il confine con la Jugoslavia, portando l’Europa a un passo dalla guerra; la manifestazione di novembre per l’italianità di Trieste provocherà scontri violenti e vittime.
Per il monumento a Pescia vengono stanziati 20 milioni; 160 sono gli scultori che rispondono al bando; 150 i bozzetti presentati nel dicembre del 1953. Vincitore del concorso risulterà Emilio Greco, con un’opera molto discussa, inaugurata appena nel 1956.
A Trieste la propaganda in nome dell’illustre burattino prosegue per tutto il 1954. Si decide di erigere un proprio monumento a Pinocchio che viene inaugurato nel giugno del 1955, un anno prima rispetto a quello di Collodi. L’opera, realizzata nel bronzo da Nino Spagnoli, grazie al considerevole contributo della Cassa di Risparmio, decora una fontana nel campo giochi di Villa Revoltella. All’evento partecipano le autorità civili, militari, religiose e il sindaco di Pescia. Per l’occasione viene coniata un’artistica medaglia-ricordo, che riproduce la scultura e serve come permesso d’accesso al parco della Villa. Nel suo discorso, il sindaco Bartoli, rasserenato dal “clima di libertà nazionale”, sottolinea come la coscienza dell’italianità della cultura triestina si sia sviluppata sulle letture di Pinocchio e di Cuore; e da questo, come il monumento rappresenti un motivo di patriottismo e di fiducia nell’avvenire dei ragazzi triestini, che esorta affinché la loro “bandiera sia sempre quella tricolore”.
Ma com’è questo Pinocchio di Spagnoli? Triste, spaventato, colto nel momento più tragico della sua storia, quando specchiandosi scopre di avere orecchie e naso lungo.
Seguono molte polemiche all’inaugurazione. Il monumento non piace, ma soprattutto è l’avvenire la vera preoccupazione di Trieste. Il “Lavoratore” pubblica una lettera di un lettore anonimo che denuncia: “Nessuna città merita un monumento a Pinocchio come la nostra. Pinocchio che diceva le bugie; Pinocchio che era un povero grullino, è il simbolo di una città che si è nutrita di bugie […]. Bugie che parlano dei potenziamenti dei traffici, di sviluppi di zone industriali, di miliardi che sembrano essere o forse lo sono quelli famosi di Bonaventura. Bugie che trovano la smentita nella realtà di una crisi economica sempre più acuta, nei licenziamenti discriminatori, negli arresti per vilipendio alla bandiera che umoristicamente vengono attuati anche nei confronti di individui dimessi dal manicomio, nei costi delle tariffe ferroviarie che limitano l’afflusso di merci di transito, nell’immigrazione di 7000 cittadini, ecc. Di fronte a questo cumulo di realtà vien fatto veramente di rammaricarsi che il naso sia cresciuto veramente soltanto a Pinocchio.”
Carissimo Pinocchio. Quanti entusiasmi. Quanta retorica. Quante sofferenze. Quanta memoria, nello specchio della tua fontana.

Fabiana Salvador

Scritto da fabiana salvador

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