Tetti solidali. Apriamo le case! Chi ha e non fa, non è

– di Riccardo Redivo –

Per noi non esiste straniero
Errico Malatesta

"Home sweet home". Opera di Davide Comelli. Foto Sabiana Salvador

“Home sweet home”. Opera di Davide Comelli. Foto Sabiana Salvador

Introduzione polemica
Così semplice, umano e niente, non è ancora stato fatto e pochi ci pensano. Ma come si fa? Siamo in tanti, tutti pieni di necessità, e non riusciamo a rinunciare alle nostre sovrastrutture, ai nostri vantaggi, agi e compagnia bella perché altrimenti vedremmo le altre persone per come sono, esseri umani che hanno necessità più basiche, più terra a terra di noi e che indicano la nostra colpevole superficialità. Ed eccoci qua, a non voler la guerra facendola.
Chi non ha una casa e non è nomade per scelta porta sempre con sé la tragedia, la violenza o solo, per i più fortunati, il dolore. Noi lo abbiamo, il dolore, tante volte la tragedia e altre volte, ma un po’ di meno, la violenza, però abbiamo in qualche modo una casa per leccarci le ferite, per riposare e andare avanti con una particola di dignità e di coraggio, non soli ma fra mura e un tetto in qualche modo amici, che riparano dalla pioggia, dal freddo, dai mitra (senza contare gli eventuali partner, amici, fratelli, parenti). Dai ricordi no, non c’è riparo, ma quelli qui possono formare più facilmente un disegno, possono prendere una forma vagamente più distaccata, diventare più razionali, acquisire un nome e un suono, calmarsi. Per noi che abbiamo una casa, ma per quelli che non l’hanno? Per quelli che non hanno nessun riparo, provengono dalla violenza e sono in balia di tutto, come possiamo tollerarlo, noi che in diverse forme possediamo un riparo? Come può chiamarsi casa una casa se non la si (con)divide?
Non credo esista una popolazione che non abbia mai migrato e non credo esista essere umano che non sia mai stato essere umano.
Andiamo, alziamo le braccia, facciamo girare la mano sulla maniglia e tiriamo una buona volta questa porta per fare entrare un po’ di luce a chi la luce porta.

Abbozzo di proposta
Non c’è posto per gli emigrati (migranti, rifugiati, richiedenti asilo, sbarcati, scamionati, insomma spostati dalla violenza, violentati) passati, presenti e futuri? Apriamo le case. Punto. Apriamo le case di chi può (e non mi riferisco solo ai ricchi o ai benestanti, perché basta una stanza), e non per profitto ma per solidarietà, che se non è freno al dolore è comunque lenimento, carezza.
Quando lo Stato ha esaurito la disponibilità di alloggi, deve cercarne di nuovi (non container o lager): se, come sta accadendo, non riesce a ristrutturare le case e le caserme abbandonate o a recuperare le case disabitate (tutte, non solo quelle popolari, ma anche ville, castelli, ex scuole, etc.), che almeno deleghi a chi lo ha delegato e gli permetta, disciplinando tramite legge, di ospitare in casa i bisognosi di cui sopra (ma se volete immaginare qualcosa di più aperto, includendo anche i barboni e le nostrane povertà, ben venga). E compiendo questa operazione teorica, lo Stato non si lavi le mani, ovviamente, ma promuova l’ospitalità, aiutando economicamente gli ospitanti (magari solo un po’, tipo alleggerendo le tasse – su casa, rifiuti, università -, dando dei buoni spesa, non facendo pagare il canone RAI…), proteggendoli con controlli vari e badando seriamente alla sicurezza e all’incolumità di entrambe le parti.
Potrei andare avanti con riferimenti più mirati e addentrarmi nelle maglie della mia proposta, come parlare della Convenzione di scambio fra l’ospitante e l’ospite (che potrei chiamare anche affidatario statale) se quest’ultimo volesse svolgere a titolo gratuito alcuni lavori per l’ospitante che lo accetterebbe per utilità e bisogno, oppure della necessità di un controllo quotidiano degli ospiti e dei loro luoghi contro qualsiasi abuso, o che… ma non continuo perché è preferibile un’altra sede. Io intanto ho lanciato un suggerimento di tolleranza e solidarietà: chi è favorevole, chi vorrebbe solamente approfondire la questione e soprattutto chi è inumanamente contrario, che scriva alla nostra redazione e dica la sua. Renderemo pubblico il dibattito.
Gli antichi greci, prima di sapere chi fosse la persona che bussava loro, aprivano la porta e lo facevano entrare, lo lavavano e lo sfamavano: solo dopo chiedevano chi fosse e che cosa volesse. E se quegli antichi lo facevano perché temevano si nascondesse un dio, noi sappiamo che non nasconde niente ma semplicemente palesa un uomo, un fratello in probabile sofferenza. E nel caso e sempre, prima la vita, poi il resto.

 

[Da Konrad n°206, maggio 2015]

Scritto da riccardo redivo

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