Sunniti e sciiti: la grande divisione 

 

di Cristina Rovere

Siamo nel 632 d.C. a Medina, in Arabia Saudita, e il profeta Muhammad si sta spegnendo senza lasciare dopo di sé alcun figlio maschio e senza aver chiaramente designato chi dovesse succedergli alla guida della neonata comunità islamica.

All’interno della casa in cui il profeta sta morendo ci sono la moglie Aisha, Abu Bakr ( padre di Aisha), la figlia del profeta Fatima e suo marito Ali. Ali è anche primo cugino del profeta, una sorta di figlio poichè Muhammad e la sua prima moglie, Khadiga, lo avevano accolto in casa quando era ancora un ragazzino. In quella stanza ci sono anche Abu Bakr e Omar, due amici del profeta, tra i primi ad abbracciare l’islam.

All’esterno della casa si crea un assembramento di uomini e donne. La confusione inizia a crescere, alcune tribù vacillano nella fede: si sono convertiti all’islam, ma gli accordi politici li hanno stretti con Muhammad che resta loro unico riferimento. Un esercito si avvicina alle porte della città, senza sapere cosa fare e dove andare.

È una situazione caotica in cui iniziano a delinearsi due linee di pensiero.

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La prima vuole che il successore venga scelto all’interno della tribù del profeta, tra chi gli è stato vicino, è stato tra i primi a convertirsi e deve, naturalmente, avere il rispetto e la fiducia della comunità. Questi sono i sunniti, da sunna (tradizione) e, nello specifico, sunna an-nabi (la tradizione del profeta).

La seconda corrente sostiene che debba prevalere la linea di sangue: il successore va trovato tra “la gente della casa” che comprende la figlia del profeta Fatima, suo marito Ali e i loro due figli Hasan e Husein. Questi sono gli sciiti, vocabolo che deriva da shi’a (partito, fazione), anzi da shi’a Ali (la fazione di Ali).

Il profeta muore, Omar esce dalla casa, la maggioranza presente lo acclama, vuole che sia lui il successore del profeta. Omar blandisce gli astanti, li arringa e propone che sia Abu Bakr a diventare califfo. La folla, quindi,  proclama Abu Bakr califfo: la fazione sunnita prevale.

Dopo la morte di Abu Bakr saranno califfi Omar, Uthman e, infine, Ali nel 656.

Questi quattro leader sono noti col nome di “califfi ben guidati”, ma non tutti agirono per il meglio. In particolare il califfo Uthman, che governò dal 644 al 656, fu oggetto di critiche: era acuto il malcontento per la sua gestione troppo familistica del potere, per aver favorito le vecchie élite e aver collocato nei posti chiave di uno Stato, in rapida espansione, persone a lui vicine, come Mu’awiya, governatore della Siria. Fu il momento conosciuto come la “grande discordia” che culminò con l’uccisione di Uthman, in cui molti videro la mano occulta di Ali.

Ali diviene il nuovo califfo, ma Mu’awiya cova progetti di vendetta. Nel 657 Mu’awiya, forte della consolidata posizione di governatore in Siria e fornito di un buon esercito, sfida Ali e le sue truppe a Siffin, nei pressi di Raqqa in Siria. La battaglia di Siffin si prolunga senza che nessuno dei due eserciti riesca a prevalere.

Mu’awiya, che darà poi vita alla dinastia Omayyade, con un colpo di genio propone un arbitrato per porre fine ad una situazione di stallo sul campo di battaglia. Mu’awiya e Ali designano rispettivamente due rappresentanti – oggi diremo due “legali” – per esporre e sostenere le loro ragioni. Come in un dramma classico, il rappresentante di Ali lo tradisce: l’arbitrato dà ragione a Mu’awiya. L’esito dell’arbitrato porta ad una situazione kafkiana: Ali è ufficialmente il califfo, ma privo di ogni reale potere e, addirittura, confinato nella provincia dell’Iraq. L’uomo al governo è Mu’awiya. (continua nel prossimo numero)

Foto: Ali, Hagia Sophia, Istanbul (photo credit: C. Rovere)

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