Sulle tracce di Medea

Sulle tracce di Medea

Versioni teatrali (e psicologiche) di un mito

di Stefano Crisafulli

Pier Paolo Pasolini sul set di "Medea" con Maria Callas (1969).

Pier Paolo Pasolini sul set di “Medea” con Maria Callas (1969).

Chi è Medea? Strega malvagia, amante tradita o straniera esclusa e disperata? Forse Medea, personaggio nato dalla mente creativa di Euripide e messo in scena, in forma di tragedia, nel 431 a.C., è un po’ tutto questo. Ma il suo fascino oscuro è innegabile ed è rimasto intatto nel corso dei secoli, tanto che le versioni del suo mito si sono moltiplicate grazie a molti altri scrittori e drammaturghi: Seneca, Grillparzer e Alvaro, oscillando tra colpevolezza e innocenza, ne hanno dato le loro personali riletture in ambito teatrale (che il bel libro a cura di Maria Grazia Ciani, Medea. Variazioni sul mito, ed. Marsilio, 1999, riporta integralmente), Christa Wolff l’ha descritta come un’eroina femminista nel suo romanzo omonimo del 1996 e Pasolini l’ha resa protagonista di un suo film, nel 1970, dandole le fattezze di Maria Callas e puntando piuttosto sul conflitto tra la civiltà urbana nascente e la cultura agricola tradizionale in via di sparizione.

Ma Medea è sempre stata ricordata, soprattutto, come un’infanticida e la sua storia si concentra tutta in quell’atto così terribile e così contrario all’amore materno. Euripide, per raccontare la sua parabola che si conclude con un così tragico epilogo attinge alla tradizione orale della Grecia antica e, in particolare, alla saga degli argonauti. Nel mito è Giasone, capo degli argonauti, che ha bisogno dell’aiuto di Medea, barbara figlia di Eeta, re della Colchide, per prendere possesso del celebre vello d’oro. Medea tradisce suo padre, rubandogli il vello, e uccide il fratello pur di fuggire con l’amato Giasone in quel di Corinto. Proprio lì, in terra straniera, inizia e si consuma la vicenda tragica poi raccontata da Euripide: Giasone abbandona Medea e i suoi due figli per sposare la principessa di Corinto, figlia di Creonte, ed essere reintegrato nel regno. La vendetta di Medea, respinta da Giasone e anche esiliata da Creonte per timore di ritorsioni, sarà memorabile: muoiono Creonte, sua figlia e i due figli di Giasone (e della stessa Medea).

Una figura come quella di Medea ha sempre suscitato degli interrogativi in campo psicologico. Com’è possibile che una madre uccida i suoi figli? Eppure noi sappiamo che casi di cronaca anche recenti confermano, purtroppo, l’esistenza di eventi di questo tipo. La realtà sembra aver superato, tristemente, la leggenda. Così ci può venire in aiuto uno psicoanalista lacaniano, Massimo Recalcati, che nel suo libro Le mani della madre (Feltrinelli, 2015) ha cercato di inquadrare Medea in una tipologia di madre dai tratti caratteriali narcisistici. La maga euripidea ha così dato il nome a un nuovo e inquietante complesso: quello di Medea, appunto. Questa la spiegazione di Recalcati: “Potremmo definire ‘complesso di Medea’ quel complesso che porta non solo le madri a uccidere i propri figli rovesciando d’un sol colpo la catena della generazione (‘Ti ho dato la vita e ora ti do la morte!’), ma a cancellarsi come madri per voler ancora esistere come donne”.

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