Shorinji Kempo

Se doveste vedere la vecchia immagine d’un marzialista con l’abito del monaco orientale portare una svastica sul petto sappiate che non si tratta di un rigurgito nazista, ma di quello che fu un vecchio praticante di shorinji kempo (oggi, proprio per non ricordare quell’infausto periodo, l’antico simbolo solare indiano e buddista è stato sostituito).

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Per la prima volta parlerò di un’arte marziale che non ho praticato personalmente ma che, anche a me, presenta tutto il suo notevole fascino; prende il suo nome dalla lettura giapponese dei caratteri cinesi corrispondenti a shaolin shu chuan (la boxe del tempio del piccolo bosco): si tratta proprio di quel monastero nel nord della Cina dove Bodidarma, monaco indiano del sesto secolo, fondatore del buddhismo chan (divenuto successivamente zen in Giappone), elaborò il suo sistema di meditazione e pose la base di quello che è probabilmente il maggiore filone di arti marziali orientali.

L’esercizio fisico nato per compensare le lunghe sedute di meditazione e sviluppato per necessità di autodifesa è a tutt’oggi una peculiarità di quei monaci e questa disciplina è uno dei maggiori ponti religioso-culturali della storia, sotteso fra la “terra di mezzo” e quella del “sol levante”.

Doshin So (1901-1980) si recò appena diciassettene nel nord della Cina rimanendovi sino alla fine della seconda guerra mondiale; ritornato in patria fonderà questa scuola nel 1947 con l’intento di educare le persone alla “armonia tra forza e amore” al fine di “vivere la propria vita metà per la propia felicità e metà per quella degli gli altri”, in modo molto simile alle prescrizioni del buddismo mahayana a cui lo zen afferisce.

Tecnicamente si tratta di un’arte marziale completa, molto energica, dove il lavoro viene principalmente sviluppato in coppia: calci e pugni (goho, tecniche dure), leve, proiezioni e chiavi articolari (juho, tecniche morbide); si studiano anche le lame (per potersi da queste difendere) però l’unica arma lecita è il bastone, e della pratica fanno anche parte essenziale la meditazione (chinkon) ed il seiho (la loro versione del kyusho, 138 punti studiati però solamente dai gradi elevati).

Si pratica con l’intenzione di sviluppare il corpo e mantenerlo in buona salute, di progredire spiritualmente, ma anche di poter sostenere una difesa personale molto efficace, anche contro più avversari; la pratica sportiva non è considerata e l’esercizio più rinomato è il kumi embu (dimostrazione in coppia): si tratta di una serie di attacchi e difese portati con energia e con rapidità reali, elaborata assieme e creativamente da due praticanti, come se fosse un vero combattimento, seppure precodificato.

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Dopo la morte del fondatore, sua figlia Yuuki continuò l’opera dalla sede primigenia di Tadotsu (prefettura di Kagawa nell’isola di Shikoku), riuscendo a diffondere lo shorinji kempo in 36 paesi; in italia i nuclei maggiori di praticanti si trovano attorno alle città di Milano (e Lombardia), Roma e Messina, ma purtroppo nella nostra regione non ve ne sono.

Per chi ne fosse rimasto incuriosito: www.shorinjikempo.it e www.shorinjikempo.or.jp/it.

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Scritto da muzio bobbio

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