Scene da paura sull’autobus a Trieste

 

– di Simonetta Lorigliola –

Viaggiavo lo scorso 20 ottobre, sulla linea numero 9 delle linee urbane cittadine di Trieste, in direzione Largo Irneri. Mi stavo recando presso la sede di Konrad, in Via Corti. L’autobus imboccava le Rive, mostrando un mare che faceva a gara con il cielo in quanto a brillantezza. Forse perché non sono triestina, tutto questo  non mi sembra (ancora) “normale”. Questi scorci estetici mi emozionano e mi fanno rimuginare felicemente sulla bellezza speciale di questa città.

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Mentre cullavo questi pensieri rivolti al bello, mi scosse un urlo. Era una voce di donna, che al momento non misi a fuoco. Poi la vidi. Era accanto alla porta, era pronta a scendere, così si sarebbe detto a guardarla. Era una donna tra i cinquanta e i sessanta, dall’abbigliamento sportivo, tutto in tinta ghiaccio, coi capelli lunghi e sciolti, senza trucco.
Per qualche secondo tacque, poi l’invettiva ricominciò. A questo punto afferrai correttamente le sue parole. Con un tono di ghiaccio, come il colore dei suoi abiti, disse: “La gà sonà lei? Sì, che digo a lei…” Allungai il collo per capire a chi si rivolgesse ma la nove è lunga e non vedevo bene.

La donna riprese “Dico a lei, al lei! No la capissi?” e, cambiando registro linguistico e pronome personale, aggiunse: “Non capisci? Non capisci l’italiano?”. Non udivo risposte.

La rabbiosa invettiva continuava: “Perché hai suonato? Perché? Prepotente! Credi di essere a casa tua?”. L’autobus sostò alla fermata davanti a Piazza Unità. La donna scese e si mise in attesa. Dalla porta posteriore scese un uomo, nero di pelle, con sulle spalle un grande borsone. Un uomo calmo, dai tratti sereni, tondo. Taceva e guardava. La donna continuò a inveire: “Cosa vuoi da noi? Perché sei venuto qui?….” La porta si chiuse. Lei continuava, senza audio, a sbraitare.

Tutto era accaduto troppo in fretta, tra la fine di vai Mazzini e quella fermata. Troppo veloce perché qualcuno capisse. Troppo surreale, forse. Io ero scossa, arrabbiata con me stessa per non avere colto prontamente il senso della cosa ed essere intervenuta, in difesa del malcapitato, colpevole del colore della sua pelle. Perché si deve intervenire. Non si deve tacere. Dobbiamo far capire a persone come queste che esiste un pinto di vista umano, che esistono altri pensieri e altri mondi.

Alla fine, il solito triestino ironico e tagliente sentenziò, parlando a tutto il bus, a voce alta: “Semo la città dei mati“.

Che era come dire, in un’accezione pre- basagliana, che la normalità di Trieste dovrebbe essere, almeno nelle parole di quell’uomo, nel vivere civile. Speriamoci. E diciamolo a voce alta.

Scritto da simonetta lorigliola

simonetta lorigliola

Simonetta Lorigliola, studi filosofici, è giornalista e vive e lavora a Trieste.
ha collaborato con "EV. Vini. Cibi Intelligenze", la rivista di Luigi Veronelli. Dal 2004 al 2010 ha diretto la Comunicazione sociale e le Campagne per Altromercato, la maggiore organizzazione di commercio equo e solidale italiana per la quale ha fondato il progetto IlCircolodelCibo. Autrice di pubblicazioni su origini e storia, ha recentemente pubblicato "È un vino paesaggio" (DeriveApprodi, Roma, 2017) È stata tra gli ideatori del progetto "t/Terra e libertà/critical wine" che ha organizzato decine di eventi in tutta Italia. Oggi collabora con il Seminario Veronelli. Scrive su Konrad dal 2012 e da ottobre 2015 ne è la direttrice.

2 comments

  1. Stamattina ero per un caffè nell’osteria del mio amico Ezio, che stava telefonando e parlando in sloveno. Uno dei presenti, profugo “giuliano dalmato”, di Capodistria, lo ha subito apostrofato dicendo che siamo in Italia e che quella lingua non va usata nei locali pubblici. 2015, Trieste.

    • Ciao Giordano. Abbiamo capito bene? L’osteria appartiene al tuo amico ed era proprio lui a fare quella telefonata “colpevole” (cose che ancora si vedono in questa sedicente città multiculturale e civile…)? Se abbiamo capito bene, svelaci il nome dell’osteria. Andremo tutti a bere un caffè o un calice da lui, per portargli la nostra solidarietà. Facci sapere!

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