Scacco alla torre

– di Stefano Crisafulli –

torre_avorio1

“Veramente lei non capisce il potere che ha l’arte di elevare lo spirito umano?”, chiede ad un certo punto il direttore d’orchestra Wilhelm Furtwängler, impersonato da Massimo De Francovich, al maggiore Steve Arnold che lo sta interrogando. E in effetti il maggiore, che ha le fattezze di Luca Zingaretti e che proviene dalla più gretta provincia americana, non riesce proprio a capire. Noi, però, in qualità di spettatori dello spettacolo La torre d’avorio di Ronald Harwood, andato in scena sabato 14/12 al Rossetti, tradotto da Masolino d’Amico e diretto dallo stesso Zingaretti, capiamo eccome e, sin dall’inizio, facciamo fatica a non schierarci subito per Furtwängler. Sarà forse per il fatto che l’interpretazione di Zingaretti, figliastra diretta, come tipologia di personaggio, del Montalbano nazionale, risulta priva di sfumature, o forse è il testo di Harwood, che nell’originale Taking sides (Schierarsi, molto più preciso del titolo italiano) fa propendere troppo presto il pubblico per l’assoluzione di Furtwängler dall’accusa di collusione col nazismo. Ad ogni modo, vestiti i panni dell’accusatore che vuole incastrare a tutti i costi l’indagato, Zingaretti accentua la faziosità gratuita e il disprezzo del maggiore per la cultura, tanto da rendere  la sfida tra interrogante e interrogato un dialogo tra sordi. La ricerca della verità, ovvero delle prove che dimostrino la nazistificazione di Furtwängler, lascia così spazio a uno scontro ideologico privo di tensione e di suspense.

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *