Ristrutturare per l’efficienza e la bellezza

– di Dario Predonzan –

Idee ed esempi per un abitare sostenibile a “Re+build 2015”  

Molte idee ed informazioni interessanti sono state presentate e discusse a “Re+build 2015”, il convegno sull’abitare (ed il vivere in generale) più sostenibile, svoltosi – per il quarto anno consecutivo – a Riva del Garda alla fine di giugno.

Particolarmente stimolanti le esperienze tedesca ed olandese nella riqualificazione del patrimonio edilizio esistente a fini energetici.

I tedeschi fanno le cose in grande

La Germania – ha spiegato Henning Ellermann di GTAI- Germany Trade & Invest – si è data l’obiettivo di ridurre del 50% il consumo di energia primaria entro il 2050 (e dell’80% le emissioni di gas serra), chiudendo nel contempo entro il 2022 le proprie centrali nucleari. E’ perciò indispensabile intervenire sul patrimonio edilizio, responsabile del 40% dei consumi energetici nazionali.

Si tratta di 40 milioni di edifici, il 70% dei quali costruiti prima del 1979 (cioè prima della seconda “crisi petrolifera” e delle conseguenti prime – ancora timide – norme sul risparmio energetico) e per tre quarti non riqualificati. Da ciò l’obiettivo di riqualificare nei prossimi 20 anni il 50% dello stock edilizio complessivo, cioè il doppio del tasso di rinnovamento (1% annuo) stabilito dalla Direttiva europea in materia.

In un mercato edilizio in cui il 55% degli alloggi è in affitto (in Italia il 15% circa), la strategia del Governo tedesco punta sulla diffusione capillare dell’informazione a tutti i livelli, su consistenti incentivi pari a 2 miliardi di Euro all’anno – tra prestiti e contributi – e su severi requisiti prestazionali stabiliti normativamente sia per le nuove costruzioni, sia per le ristrutturazioni. Questi ultimi sono passati dai 250 kWh/m2a di fine anni ’70 agli attuali 48 kWh/m2a.

Un decennio di esperienza in questo campo ha dimostrato che 1 Euro di incentivo pubblico genera 10 Euro di investimenti privati. Inoltre, con gli anni i costi degli interventi di riqualificazione si sono ridotti.

Di notevole successo il sistema degli incentivi integrati, avviato nel 2011, che combina interventi sul patrimonio edilizio pubblico, sulle infrastrutture e sulle residenze private, coinvolgendo i Comuni, le municipalizzate e le organizzazioni dei proprietari di abitazioni. Ne hanno beneficiato soprattutto molte piccole città, come ad esempio Bottrop (117 mila abitanti) nella Ruhr, che in soli due anni ha riqualificato il 16% del proprio patrimonio edilizio.

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In Germania si riqualificano grandi edifici multipiano riducendo dell’80% circa i consumi di energia primaria – Fonte: Re+build 2015

Industrializzazione spinta in Olanda

L’approccio olandese alla riqualificazione energetica, illustrato da Ron van Erck di Energiesprong,  si incentra invece essenzialmente sull’industrializzazione spinta di tutti i componenti. Con risultati spettacolari in termini di riduzione dei costi e dei tempi di esecuzione. Si tratta di un programma che, partito nel 2011, si propone di riqualificare 111 mila edifici portandoli al livello di “energia zero”, ed è già riuscito ad abbattere i costi di intervento dai 130 mila Euro per ogni singolo alloggio a 60 mila (ma si arriverà a 40 mila).

Il Governo olandese ha investito 10 milioni di Euro nell’ingegnerizzazione di un prototipo, poi applicato, con affinamenti successivi, prima su una serie di casette a schiera, poi anche su condomini (fino ad 8 piani di altezza).  Ogni intervento è garantito 30 anni e si ripaga con il risparmio di energia, senza alcuna necessità di contributi pubblici. Impressionante la rapidità di esecuzione: per case unifamiliari, dall’iniziale settimana di lavori si è giunti a realizzare l’intero intervento in un giorno!

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Olanda: casa energeticamente riqualificata (a destra) e non riqualificata (a sinistra)  – Fonte: Energiesprong

Fondamentale si è rivelato l’accordo con gli abitanti/proprietari: le case riqualificate devono essere belle, anche per suscitare l’invidia e l’emulazione dei vicini…

Tutto ciò ha già comportato un forte impulso all’innovazione tecnologica del settore in Olanda ed il modello è stato esportato anche in Gran Bretagna ed in Francia.

In Francia fanno così

Laurie Espinosa di ICF Habitat (società di SNCF – le Ferrovie francesi – che gestisce 100 mila alloggi in affitto e si occupa anche di riqualificazione) ha illustrato invece il programma Beem-up, che ha dimostrato la fattibilità tecnico-economica del retrofit di complessi condominiali esistenti, nei quali i consumi energetici possono essere ridotti di almeno il 75%.

Finanziato al 63% dalla UE, Beem-up coinvolge numerose realtà industriali, immobiliari, accademiche di molti Paesi europei (tranne l’Italia …), è partito agli inizi del 2011 e punta a validare modelli di intervento replicabili sul patrimonio edilizio delle abitazioni “popolari”, con un occhio di riguardo ai Paesi dell’Europa orientale.

Tre i casi studio realizzati, in Olanda, Svezia e Francia, quest’ultimo illustrato da Espinosa: si tratta dell’intervento su un edificio da 87 appartamenti degli anni ‘50 a Parigi, soggetto a vincolo, presso la gare Montparnasse.

Già parzialmente ristrutturato nel ’93 (doppi vetri, nuova caldaia, “cappotto” esterno), il condominio è stato sottoposto tra fine 2012 e ottobre 2014 ad un intervento più importante: nuovo cappotto termico, tripli vetri, caldaie a condensazione, sistema di ventilazione meccanica, ecc.).

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Francia: il condominio anni ’50 di Parigi, prima (in alto) e nella simulazione (in basso) dopo l’intervento di riqualificazione – Fonte: ICF Habitat

Fondamentale, anche in questo caso, il coinvolgimento degli abitanti, con i quali la riqualificazione è stata discussa prima di procedere alla progettazione dei lavori.

E in Italia?

Gli esempi di altri Paesi sono esportabili in Italia? La questione è aperta e non mancano le difficoltà, tra le quali quella già accennata della proprietà – molto maggiore che all’estero – estremamente parcellizzata degli alloggi, anche nei condomini. Oltre tutto, perfino gli ATER si stanno liberando di parte del proprio patrimonio immobiliare, a favore degli inquilini.

Nel convegno, infatti, gli esempi italiani presentati hanno riguardato quasi esclusivamente edifici unifamiliari, capannoni o immobili rurali, ed un unico condominio anni ’60 da 70 appartamenti – a Milano, in corso Vercelli – ma di “alta gamma” (dove peraltro si è riusciti a passare dalla classe energetica G alla B, con un risparmio dell’84% sulle spese di riscaldamento), riqualificato da Goldmann& Partners.

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Il condominio di Milano prima (in alto) e nella simulazione (in basso) dopo la riqualificazione energetica – Fonte: Goldmann& Partners

La considerazione, quasi banale, che dopo l’intervento il valore dell’edificio o dell’alloggio aumenta molto (senza considerare il grande risparmio nelle spese di gestione), spesso non basta a motivare gli abitanti/proprietari nel decidere di investire sulla riqualificazione.

Tuttavia in Italia si contano circa 18 milioni di abitazioni ormai arrivate a “fine vita”, perché costruite prima degli anni ’70 ed energeticamente del tutto inadeguate. Nel contempo in 8 anni il comparto edile ha espulso dal ciclo produttivo 700 mila addetti dall’inizio della crisi ad oggi.

Né è pensabile, con una popolazione stagnante, rilanciare l’edilizia – come si è tentato di fare ancora pochi anni fa – costruendo ex novo a spese del territorio agricolo e naturale: i piani regolatori comunali, anche in Friuli Venezia Giulia, hanno del resto incentivato il dissennato consumo di suolo, contribuendo  all’incremento di una gigantesca “bolla immobiliare”, testimoniata da decine di milioni di metri cubi di edifici vuoti e spesso neppure finiti, un po’ dappertutto lungo lo Stivale.

L’unica strada per combinare salvaguardia dell’ambiente e del territorio con il rilancio dell’edilizia è perciò quella di investire massicciamente nel riuso e nella riqualificazione del già costruito, puntando sulla leva energetica, com’è stato ribadito con forza nella conferenza stampa tenutasi a latere del convegno.

Il prof.  Ezio Micelli, presidente del comitato scientifico di Re+build e docente allo IUAV, ha indicato una strada sia nel modello olandese dell’industrializzazione dei componenti e del processo produttivo, sia in quello tedesco, il che implica che la maggior parte dei lavori vengano fatti in fabbrica e non nei cantieri. Un’industrializzazione flessibile, però, non standardizzata, per tener conto delle peculiarità del patrimonio edilizio italiano, tenendo conto anche dei valori estetici perché le case riqualificate devono essere belle e piacevoli da abitare.

E’ quindi necessario un drastico cambiamento di mentalità in tutto il comparto edilizio, oggi gravemente arretrato dal punto di vista tecnologico.

Sull’esempio di quanto si sta facendo altrove, converrà intervenire prioritariamente sui grandi complessi di edilizia “popolare”, anche per evitare che la riqualificazione – come è emerso nel convegno – si limiti ad essere una questione “da ricchi e benestanti”.

Gianni Silvestrini, direttore scientifico del Kyoto Club e presidente  del Green Building Council Italia, ha osservato che per raggiungere gli obiettivi fissati dalla UE (80 % di “decarbonizzazione” dell’economia – cioè di riduzione delle emissioni di gas serra – entro il 2050) sarà necessario aumentare l’efficienza energetica di un fattore 10, il che nell’edilizia significa riqualificare il 2,5% del patrimonio esistente ogni anno.

Il prossimo appuntamento sarà a Milano il 6 ottobre, dove Re+build  presenterà delle proposte per raggiungere questi obiettivi, costruite anche in base a quanto emerso nel convegno di Riva del Garda.

Autostrade per finanziare i treni?

Re+build 2015 ha dato spazio anche ad un interessante dibattito sul ruolo delle infrastrutture nella riqualificazione del territorio. Tra gli altri l’ing. Carlo Costa direttore tecnico della A 22 (“Autobrennero”) ha illustrato quanto fa la società di gestione dell’autostrada a favore dei territori attraversati.

Percorsa in media da 40 mila veicoli al giorno, l’Autobrennero – controllata all’83% da enti locali (Regione, Province di Trento e Bolzano, Comuni, ecc.) – produce circa 70 milioni di Euro di utile netto all’anno, di cui circa 30 sono destinati al finanziamento del tunnel di base ferroviario in costruzione sotto il valico del Brennero. L’autostrada finanzia cioè l’infrastruttura ferroviaria che le sottrarrà buona parte del traffico, soprattutto pesante. Soltanto da Verona a Modena-Campogalliano si prevede di costruire la terza corsia, mentre per il resto del tracciato da Verona al Brennero basteranno a prevenire gli incolonnamenti, sistemi intelligenti di gestione dell’utenza (“più informazione, meno cemento ed asfalto”). Oltre ovviamente, in prospettiva, al dirottamento di quote rilevanti di traffico sulla ferrovia.

Viene spontaneo il confronto con quanto accade sulla A4, gestita da Autovie Venete (società controllata da Friulia per oltre l’86%, e per oltre il 95% da enti pubblici). La percorrono ogni giorno quasi 120 mila veicoli e ha generato (dati bilancio 2014) oltre 21 milioni di Euro di utile netto, da aggiungere a quelli degli anni precedenti.

Di cui però neppure un cent è mai stato destinato al miglioramento/potenziamento delle ferrovie. Mentre invece da anni si investono enormi risorse per la costruire la terza corsia dell’autostrada. Anche in questo caso, quindi, pare opportuno un cambiamento di mentalità da parte dei decisori (o, forse meglio, un cambio dei decisori…).

 

Link utili:

http://www.rebuilditalia.it/

http://www.gtai.de/GTAI/Navigation/EN/invest.html

http://energiesprong.nl/transitionzero/

http://www.icfhabitat.fr/groupe/beem-up-performance-energetique-batiment

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