Referendum istituzionale 

Tre ragioni per il NO

di Marco Cucchini*

Il clima da Giorno del Giudizio sul Referendum del prossimo 4 dicembre è esagerato, ma chiunque vinca dovrà fare i conti con un Paese diviso in due sulle “regole del gioco” della competizione democratica. Una scelta è d’obbligo e la mia personale e libera è per il NO. Per ragioni di metodo, di merito e di opportunità politica.

Per quanto riguarda il metodo, non posso non misurare la diversità del clima politico che caratterizzò i lavori dell’Assemblea Costituente con la lotta tra galli che ha portato alla riscrittura della II Parte della Costituzione. La Costituente continuò a lavorare in modo coeso anche quando emerse – nella primavera del 1947 – la rottura politico-ideologica tra sinistra marxista e partiti di centro e l’emergere della divisione ideologica, della “Guerra Civile Fredda” nel Paese. L’opera di revisione condotta dall’attuale Parlamento, invece, non è stata caratterizzata da spirito costituente unitario, ma da risse, ricatti, imbrogli procedurali, minacce e in questo contesto tutte le forze politiche hanno mostrato il peggio. Una Costituzione non si cambia così, tra le urla.

Sul merito, la contrarietà è profonda. Si abbandona una Costituzione che – con i suoi limiti – ha servito nobilmente l’Italia per 70 anni per un testo contraddittorio e pasticciato. Un Senato partitocratico di nominati, ben lontano da quella effettiva rappresentanza dei territori propria del Bundesrat tedesco o del Senato francese. Un Senato il cui ruolo è ambiguo: perde molta della propria funzione legislativa ma mantiene una funzione di richiamo delle leggi che – nei fatti – non cambia molto della navetta parlamentare che conosciamo. Un Senato “dei territori” che non avrà mai l’ultima parola sulle questioni attinenti il governo locale ma invece ricoprirà rilevanti funzioni di valutazione delle politiche pubbliche, non sappiamo con quale efficacia e con quali effetti sistemici.

La riforma imprime inoltre una svolta centralista. Lo Stato si riappropria di molte delle competenze legislative delegate alle Regioni nel 2001 e sulle residue si mantiene il diritto di sottrarle in seguito grazie alla c.d. “clausola di supremazia” contenuta nel nuovo art. 117, 4. Un processo di riaccentramento non negoziato con le comunità locali, ben lontano dallo spirito dell’art. 5 della Costituzione che stabilisce tra i principi fondamentali l’autonomia e il decentramento.

Anche la partecipazione ne esce indebolita: il cittadino perde due schede elettorali (Senato e Province), mentre la possibilità di presentare referendum abrogativi e proposte di legge è resa più gravosa per l’incremento delle firme necessarie, che nasconde il fastidio per “l’intromissione” del popolo nei processi decisionali.

Questo porta alla contrarietà anche di ordine politico. La riforma chiude la stagione della valorizzazione dei corpi intermedi (partiti, associazioni, sindacati) – modello democratico forse lento, ma aperto e inclusivo – in favore di una visione meramente elettorale: tutto il gioco democratico si risolverà nell’elezione di un “capo” (per usare il lessico dell’Italicum) e sull’altare della stabilità si sacrificano partecipazione e coinvolgimento dei corpi vivi della società. Questo avviene attraverso un processo decisionale strettamente maggioritario, malgrado la Storia insegni che sono le costituzioni adottate con un vasto coinvolgimento politico e sociale quelle più vitali, come fu quella del 1947.

*Marco Cucchini è consulente politico e legislativo, ha insegnato Diritto Costituzionale Italiano e Comparato all’Università di Trieste e oggi insegna all’European Political Systems presso l’Università di Udine.

Nota per i lettori

Tenendo conto delle richieste dei lettori a far chiarezza sui due quesiti, l’intenzione era di ospitare anche un intervento a favore del SI che non è pronto al momento di andare in stampa e verrà pubblicato on line.

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