Premio Nonino 2014 a Peppe Dell’Acqua

Il 25 gennaio è stato consegnato presso le Distillerie a Ronchi di Percoto (Ud) il 39° Premio Nonino allo scrittore e psichiatra Peppe Dell’Acqua. Insieme a lui, altre tre personalità sono state premiate: l’architetto nonché scrittrice palestinese Suad Amiry con il Nonino Risit D’Âur, lo scrittore António Lobo Antunes con il Nonino Internazionale 2014 mentre il premio Nonino a “Un maestro del nostro tempo” è andato al filosofo e umanista Michel Serres. Un importante riconoscimento internazionale che quest’anno più che mai ha premiato la difesa dei diritti umani.
Salernitano di nascita e triestino d’adozione, già Direttore del Dipartimento di Salute Mentale di Trieste, Peppe Dell’Acqua è tra i promotori del Forum di Salute Mentale e Direttore editoriale e Co-fondatore della Collana “180. Archivio critico della salute mentale”(Edizioni alphabeta Verlag) insieme al filosofo Pier Aldo Rovatti  e al fisico Nico Pitrelli. Nel novembre scorso, con il Comitato StopOPG, ha accompagnato Marco Cavallo in un viaggio lungo tutta la penisola (con partenza proprio da Trieste) per la tutela delle persone con disturbi mentali, per molto tempo ignorate o respinte nella loro sofferenza. Il suo impegno è rivolto alla formazione e divulgazione di una conoscenza critica e di una consapevolezza sociale nel campo della psichiatria e della salute mentale.
Cosa rappresenta per te questo premio?
Rappresenta l’inaspettato. Si tratta di un riconoscimento non tanto per me, quanto per una moltitudine di persone con le quali ho condiviso un percorso, una strada, una storia che ancora continua, tanto dura quanto molto entusiasmante.
A chi lo dedichi?
La prima persona che mi viene in mente è mio padre, che non c’è più da tanto tempo.  E poi lo dedico a tantissime persone, e supereranno le migliaia, che ho conosciuto, soprattutto a Trieste, e che hanno condiviso con me un pezzo della loro storia: davvero generosissime!
Cosa e chi ti ha ispirato nel tuo percorso?
Forse c’è un’origine, la mia famiglia, che più che ispirarmi mi ha strutturato: la cultura del lavoro di mio padre, molto rigorosa, un ferroviere comunista che portava a casa l’Unità, e dall’altro lato mia madre, cattolica e piena di comprensione. E poi sicuramente tante altre cose accadute all’Università, tra queste la fortuna di incontrare Franco Basaglia.
Quali sono i tuoi progetti futuri? Come continuerà questa battaglia?
Quello che cominciò con Basaglia fu un inizio, una rivoluzione, e una volta individuata, compresa e messa a fuoco la possibilità di rompere lo schema delle istituzioni, la lotta non finisce mai. Mi fa piacere pensare a 67 anni a qual è il mio futuro perché mi piace immaginare che la vita continui, finché non la lascerò. Adesso la cosa in cui mi voglio impegnare più di ogni altra è restituire quello che ho ricevuto. Non voglio sembrare presuntuoso, ma ho avuto molto, a Trieste e in giro per il mondo, dalle persone che ho conosciuto e con cui ho lavorato; adesso è il momento di restituire, e se mi riesce, generosamente. Per “restituire” intendo lavorare con i giovani, pensare alla formazione, tradurre in strumenti di cultura e conoscenza. In maniera concreta ho nella testa, e lo sto facendo, la costruzione di una rete di giovani operatori sparsi in tutta Italia. I giovani hanno belle idee, generosità e curiosità, come tante fiammelle che però poi rischiano di perdersi alle prime piatte esperienze lavorative, senza ideali. D’ora in poi farò un po’ l’allenatore, come il calciatore che appende le scarpe al chiodo…
A questo proposito, abituato al contatto con i giovani come sei, qual è il consiglio che ti senti di dare a questa fetta di forza-lavoro che non si riesce a valorizzare per trovare il loro posto in questo mondo e contribuire al miglioramento della società?
Bella domanda. Beh, ognuno dà i consigli secondo la propria esperienza. Io ho avuto la fortuna di essere entrato in questo percorso a 24 anni e di aver collaborato fin da subito con un grande maestro. Sono sempre stato affascinato dalla curiosità, dalle opportunità di conoscenza, e sono queste le cose che mi hanno fatto andare avanti in un percorso non sempre facile. Mi sono appassionato, non ho mai rinunciato. Ecco cosa posso consigliare: di appassionarsi, oserei dire di innamorarsi di quello che si fa. Sì, innamorarsi.

Sapendo che l’intervista era per Konrad, Peppe Dell’Acqua ha desiderato dedicare un pensiero e un ringraziamento a Luciano Comida, che fu direttore ed autore di numerosi articoli su questo mensile. Con lui  Dell’Acqua condivise una parte di cammino e collaborò nella stesura di “Fuori come va? Famiglie e persone con schizofrenia” (Ed. Feltrinelli, 2003).

Eleonora Molea

Scritto da eleonora molea

Archeo-antropologa con la passione per il Carso quanto per le Ande, cittadina del mondo, attenta e consapevole alle piccole azioni quotidiane. Ha a cuore il rispetto della Natura e delle tradizioni locali in un’ottica di decrescita felice, chiavi di volta per un "buen vivir" sociale.
Si occupa di comunicazione, della valorizzazione del patrimonio culturale, della salvaguardia dell’ambiente e di tutte le buone pratiche che aiutano a coltivare un'ecologia anche mentale e un benessere psicosomatico.

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