Povero mais. Povera terra.

– di Simonetta Lorigliola –

Dalla corn belt Usa al Friuli padanizzato regnano la chimica e la devastazione ambientale. Fino al nostro piatto.

Mais. Alimento millenario originario della Valle di Tehuacàn, Oaxaca, in Messico dove viene coltivato e consumato dal 1500 ac, arrivò in Europa con uno tra i conquistadores più spietati, Hernán Cortés. In Italia si chiamò -incongrua etimologia- granoturco, un tempo coltura e cibo per i poveri. Polenta per tutti. Fu calunniato per la pellagra. Ma non era colpa del mais. Quello che conosciamo oggi è altra cosa, è  il corn degli americani, pardon, degli statunitensi. Ed è proprio là che sono iniziati i guai. Andiamo con ordine.

Pianta sacra e benedetta. Un tempo. 

La pianta Zea mais cresce con facilità, resiste, si adatta ai climi caldi e alla siccità. È  molto produttiva e nutriente. I Maya l’adoravano come divinità. I conquistadores prima e i coloni americani poi ne colsero le potenzialità. La sua coltura cominciò a diffondersi nel Nord America ed in Europa a partire dal Cinquecento. Dal secondo Novecento tutto cambiò. La chimica dagli anni Venti scoprì azoto, potassio e nitrati di sintesi. Nutrimento chimico per le colture. Negli Usa del secondo dopoguerra la produzione di esplosivi e munizioni si convertì in industria del fertilizzante. Entrambe si basavano sul nitrato di ammonio di cui restavano immense scorte. Partì l’agricoltura chimica ed estensiva, applicata in particolare al mais, data la sua estrema duttilità. Divenne il primo prodotto agricolo. E poi, in breve: crisi di sovrapproduzione, calo dei prezzi, contadini sul lastrico. Dagli anni Cinquanta al via i sussidi. Da allora lo Stato (ossia i cittadini) paga per mantenere in vita un sistema assurdo e dannoso.

Dagli Usa al Friuli, stessa storia 

Questo modello, su scala diversa, funziona anche in Europa. Qui, in alcune regioni, la coltivazione del mais è quasi prevalente, come nella Pianura Padana o in Friuli che ne è lembo estremo. Si produce in modo intensivo (circa 10 steli per m2) su campi che sono deserti biologici: piante tenute in vita da concimazioni a base di azoto sintetico, antiparassitari, erbicidi e pesticidi. In regime di sussidi. Le falde acquifere e l’aria che respiriamo sono i luoghi in cui il surplus di chimica che la terra vomita va a finire. L’altro modello è l’apertura alla rischiosissima coltivazione Ogm, come dimostra il noto caso di Vivaro (Pn). Su questo basti dire che nel luglio 2013 l’Italia, con decreto, ha vietato il mais Ogm della Monsanto Mon810, non tutto il mais Ogm. In Europa siamo in assenza di una normativa stringente per gli stati membri, ma alcune colture Ogm sono già autorizzate tra cui 66 tipi di mais, 15 di soia, 4 di patate (fonte ISAAA).

Chi consumerà tutto quel mais? 

La capacità mimetica del sistema produttivo post fordista non ha fine. Dagli anni Settanta in poi partì l’industria alimentare del mais. Vennero inventati centinaia di prodotti. Olio di mais, Farina di mais, Fiocchi di mais, Amido di mais, Sciroppo di glucosio o Glucosio, Fruttosio, Sorbitolo, Amido modificato, Destrine e Maltodestrine, Mono, Di e Tri gliceridi degli acidi grassi (da cui la fatidica margarina), Glutammato monosodico, Acido ascorbico, Acido citrico, Lecitina, Gomma xantana, Caramello. Additivi alimentari che servono a migliorare aspetto, consistenza, sapore, conservazione di un prodotto. E, spesso, a mascherarne la scarsa qualità. Con il mais si produce di tutto. E noi ce lo mangiamo ogni giorno. Basta leggere le etichette per scoprirlo. Ed evitarlo.

La tragica catena del mais

Per produrre il mais in modo intensivo, per smistarlo e trasformarlo, i costi ambientali sono esorbitanti. Il mais riceve sul campo prodotti di sintesi derivati dal petrolio. Il petrolio alimenta i giganteschi macchinari agricoli e di essiccazione; petrolio per i serbatoi dei camion che lo trasportano. Energia, cioè petrolio, e acqua per alimentare i processi di trasformazione alimentare. Non stiamo certo parlando del mais multicolore e biodiverso del popolo Maya. E nemmeno del piccolo mais rossastro che piantava mio nonno quando ero bambina, e che mio zio Jacu coltiva e conserva in direzione ostinata e contraria al corso delle cose. Parliamo di un mais giallo le cui varietà sono classificate con lettere e numeri di matricola: DKC6815, mais ibrido sperimentale ad alta densità. Cresciuto sinteticamente, raccolto meccanicamente in campi desertificati, stoccato in enormi silos. Se ammuffisce non è un problema. In Friuli ci raccontano di una quotidianità in cui il mais altamente contaminato da micotossine (tossiche e cancerogene) finisce nella catena alimentare per carenza di controlli – emblematico il caso Cospalat di pochi mesi fa -e forse anche per la triste e diffusa mancanza di responsabilità di chi lo coltiva. Catena alimentare significa il nostro piatto, anche di carne. Quel mais è spesso destinato ad alimentazione animale (in Italia oltre l’80%). Nutrire gli animali con mais contaminato porterà qualche serio problema. O lo ha già portato. Inoltre le mucche e i vitelli sono dei ruminanti. E i ruminanti sono erbivori. Ad allevare bovini in spazi asfissianti non solo li si condanna a condizioni infami, ma li si nutre contro natura. Al posto di erba e fieno, mais: è più calorico e gli animali ingrassano presto. Ma i corpi di questi erbivori non sono d’accordo: le bestie digeriscono male, l’intestino si gonfia, insorgono infiammazioni ed infezioni. E allora? Cocktail di farmaci. A differenza che negli Usa, in Europa ormoni e antibiotici a scopo preventivo sono vietati. Vietati a scopo preventivo. Chi stabilisce il confine sulla necessità della somministrazione? Chi lo controlla?

Il profitto dei soliti noti 

La catena mondiale del mais è in poche mani. I grandi gruppi agroalimentari gestiscono le produzione di sementi ibride (e Ogm), fertilizzanti, pesticidi e farmaci. Novartis, Cargill e compagnia bella. Lobbies potentissime, anche nei Parlamenti. A chi vadano profitto e beneficio appare chiaro e lampante. Non all’agricoltore che ormai ha una fabbrica e non più un campo. Non all’allevatore, che ha officine ospedaliere e non stalle. Non certo al consumatore che paga per sussidi e prodotti. E se ancora l’alimentazione animale ed umana non bastano perché, per quanto popoli obesi, più di tanto non possiamo mangiare, l’industria della pannocchia sintetica si è inventata etanolo e biomasse, i combustibili naturali che per essere prodotti richiedono barili e barili di petrolio. Mai ossimoro ecologico fu più grande. Povero mais. E povera terra.

Simonetta Lorigliola

 

Scritto da simonetta lorigliola

simonetta lorigliola

Simonetta Lorigliola, studi filosofici, è giornalista e vive e lavora a Trieste.
ha collaborato con "EV. Vini. Cibi Intelligenze", la rivista di Luigi Veronelli. Dal 2004 al 2010 ha diretto la Comunicazione sociale e le Campagne per Altromercato, la maggiore organizzazione di commercio equo e solidale italiana per la quale ha fondato il progetto IlCircolodelCibo. Autrice di pubblicazioni su origini e storia, ha recentemente pubblicato "È un vino paesaggio" (DeriveApprodi, Roma, 2017) È stata tra gli ideatori del progetto "t/Terra e libertà/critical wine" che ha organizzato decine di eventi in tutta Italia. Oggi collabora con il Seminario Veronelli. Scrive su Konrad dal 2012 e da ottobre 2015 ne è la direttrice.

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