Un piccolo inedito per la scomparsa di Merkù

Pavle Merkù

Pavle Merkù, in occasione del Premio Preseren, febbraio 2014

Dopo aver appena salutato Bogdan Grom (vedi Konrad 196) ora è il tempo di Pavle Merkù (di lui abbiamo parlato più volte). Grande compositore, etnomusicologo e linguista, lo avevamo ricordato da poco (in Konrad 195) per l’assegnazione del prestigioso Premio Prešeren e ora, il 20 ottobre scorso, è scomparso.
Tralasciando le informazioni più importanti – che si possono rintracciare dappertutto, a cominciare da Wikipedia – la sua partenza mi invita a condividere alcuni ricordi personali. C’eravamo incontrati, più di quattro anni fa, per una mia ricerca durante la quale siamo diventati amici. Andavo da lui ciclicamente, più o meno una volta al mese, per portargli Konrad. A qualunque ora andassi trovavo sempre del buon vino – a volte eccellente – che si beveva assieme. E ci si scioglieva a parlare, o meglio, lui si scioglieva a parlare, io ad ascoltare, con alcune veloci e importanti pause dove mi ascoltava sempre di gusto, generoso e pronto a suggerimenti interessanti.
Fra le varie storie che era solito dirmi, o darmi, c’e n’era una a cui teneva particolarmente e che registrai per un’intervista, riportata parzialmente su Konrad 161. La riporto interamente qui, a mò di ricordo e ritoccandola il meno possibile, affinché i suoi ricordi abbiano musica.

Pavle Merkù

Pavle Merkù, 1952

Le racconto una cosa da nulla, che però può essere indicativa per la mia mentalità, anche di fronte alla voce umana. Negli anni Cinquanta ho letto sui giornali, sul Piccolo probabilmente, di un’iniziativa presa, non so dove, se in Europa o negli Stati Uniti, per stabilire quali fossero i dieci compositori più importanti al mondo; e hanno fatto un’inchiesta messa in un dato ordine, e i primi dieci erano i “soliti”. E mi son messo a ridere perché, dico, fra quei dieci compositori, c’è n’erano almeno cinque che io non apprezzavo,
mentre quelli che più apprezzavo erano totalmente assenti. Ovvio, dipendeva da chi hanno scelto. E non è importante che siano stati tutti professionisti […]

Ma ce n’erano anche altri molto più grandi. Quindi, dieci anni fa circa, quando ho cominciato ad annoiarmi, ho detto: “Ora stabilisco io quali sono i dieci compositori più importanti”, e ho fatto per me
una scala di dieci, ma era una scala che traballava lo stesso. L’anno scorso [probabilmente 2009, n.d.r.] ho detto: “Oggi stabilisco quali sono i tre compositori più importanti della storia della musica”. Che
pasticcio, se avessi preso un impegno pubblico! Intanto parto con Monteverdi. […] Salto il Barocco, tutto, perché il Barocco è musica leggera. È musica fatta per far passare il tempo alla gente, o in chiesa o
in sala o alla corte. Ma sono compositori che per lo più non crescono. Vedi Johan Sebastian, che non è mai cresciuto. Senti un suo brano, può essere dell’inizio della sua vita, a metà o verso la fine. Non si può dire che la musica è tutta Bach, Beethoven […] Ma io ragionavo: “per me, chi vale più di Bach?” L’unico dei compositori barocchi che conosco che è cresciuto fino alla fine: Tartini. Le sue suonate per violino,
le ultime, non hanno niente a che fare con tutto il Tartini che conosciamo, mentre Bach…

[…] Vale secondo me molto di più il vertice del Romanticismo, che è tutto innovazione, che è tutto crescita, eliminando perfino Mozart, Beethoven. Quello che resta a galla come numero due per me è Schumann: non ha scritto due cadenze uguali. Ho suonato e udito tanta musica sua, ho fatto per 12 anni il critico musicale, avevo le palle così di sentire musica, certe musiche.

Ebbene, terzo: dopo aver bisticciato una vita con Levi [Vito] e tanti amici su Stravinskij, che non mi ha mai convinto, preferisco Bartòk, solo che Bartòk ha commesso alcuni gravi errori nella valutazione della musica popolare: io adoro, amo Bartòk, l’ho inteso tanto, però conosco un compositore contemporaneo che è cresciuto molto di più, anche perché la sua vita drammatica lo ha costretto a crescere: Šostaković. Quindi chi resta ai vertici per questo pazzo? Restano Monteverdi (tutta la mia vita, quando non ne potevo più della gente, ascoltavo Monteverdi; della gente, della vita, di tutto: Monteverdi); Schumann (è finito in manicomio, è vero?); Šostaković: chi ha avuto una vita più drammatica di lui fra i compositori contemporanei? Nessuno. Vale la sua musica? Vale.

Ecco, questo non è verità, la verità non mi interessa un cavolo: questo è il mio modo di ragionare per rispondere a una domanda che mi ero posto e per vedere fino a che punto arrivavo.

Grazie come sempre del bon bicier.

Riccardo Redivo

[Da Konrad n° 202, dicembre 2014/gennaio 2015]

Scritto da riccardo redivo

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