Perché evitare l’olio di palma

-di Simonetta Lorigliola-

Le coltivazioni intensive del grasso vegetale più ambito nel mercato distruggono millenarie foreste pluviali. Basterà renderle “sostenibili”?

L’olio di palma fa bene o fa male? Potremmo anche rispondere: a chi e a cosa?

Si tratta di produzioni allocate in paesi del Sud del mondo, in cui lo sfruttamento ambientale e quello della manodopera locale vanno sempre a braccetto.

Ma per l’olio di palma le multinazionali che lo producono hanno già toccato il fondo.

Ne ha parlato nel 2008 Greenpeace nel rapporto Borneo in fiamme in cui emergeva che in Indonesia i principali produttori di olio di palma avevano contribuito a crimini ambientali gravissimi come il taglio a raso della foresta pluviale del Borneo, l’incendio e il degrado delle ultime torbiere indonesiane e la cattura e uccisione degli ultimi oranghi del Borneo e di Sumatra.

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Dal 1990 l’Indonesia ha perso 28 milioni di ettari di foresta. E nel 2012 la deforestazione ha colpito ben 840.000 ettari contro i 460.000 del Brasile. Se le torbiere indonesiane venissero distrutte la quantità di gas serra emessa nell’atmosfera si avvicinerebbe all’emissione globale dell’intero pianeta nel corso di un anno: intorno ai 49 miliardi di tonnellate di anidride carbonica. Una catastrofe ecologica.

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Ad oggi, la palma da olio copre il 40% dei consumi mondiali di oli vegetali. La domanda di oli e grassi vegetali è in continuo aumento da oltre dieci anni, a un tasso medio del 5% annuo. In confronto ad altre colture oleaginose, la palma da olio è quella che consente la maggiore resa per ettaro, superando da quattro a dieci volte altre colture quali colza, girasole e soia.

Non è solo l’industria alimentare ad assorbire questo prodotto, ma anche quella cosmetica e della produzione di biodiesel.

Ci hanno detto che sono tutti falsi problemi perché esiste la RSPO (Roundtable on Sustainable Palm Oil) un’organizzazione non governativa fondata nel 2004 per minimizzare gli impatti ambientali e sociali derivanti dalla coltivazione di olio di palma, attraverso l’introduzione di uno standard di sostenibilità composto da 38 diversi parametri sociali, economici e ambientali.

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Tra le tante multinazionali, anche Ferrero si è affrettata ad aderirvi.

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Sorge spontanea una domanda. I parametri (che sono ben nascosti dato che in rete non ne abbiamo trovato traccia…) sono 38 ma resta un dubbio ampletico: se la richiesta di olio di palma è in continua crescita a causa dei suoi costi ridotti come sarà possibile evitare l’avvio di nuove piantagioni e la conseguente deforestazione?

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La fonte ufficiale del RSPO ci dice soltanto che le piantagioni certificate funzionano “attraverso l’utilizzo di terreni che non sono stati direttamente oggetto di deforestazione”. Vi sembra un’affermazione chiara? A noi sa tanto di linguaggio da Azzeccagarbugli che serve più a confondere che a chiarire.

La stessa RSPO aggiunge in un recente comunicato ufficiale (luglio 2015) che la via della produzione certificata dell’olio di palma è l’unica via possibile per la produzione di oli vegetali a livello mondiale poiché altre coltivazioni richiederebbero maggiori estensioni di terreno.

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Anche qui la domanda è pura e semplice: sarà davvero necessario tutto questo incremento di produzione degli oli vegetali? Dobbiamo sempre e solo ragionare con il parametro della crescita infinita imposta dal sistema neoliberista? Non è possibile fermarsi mai?

E dove vanno a finire tutte queste immani quantità di olio di palma, certificato o meno? Nella Nutella, nella Patatina rustica San Carlo pubblicizzata dallo chef stellato Carlo Cracco, nei millanta biscottini del discount, in migliaia di snack dolci, salati e gelati che stanno a pieno titolo nella nefasta categoria del junk food. E persino nei prodotti bio che strizzano l’occhio ai confort food industriali e a buon mercato.

 

Se il cibo industriale, il cibo precotto e anche il cibo spazzatura sono il nostro modello alimentare allora servono e serviranno biliardi di tonnellate di olio di palma e ancora di più.

Cambiare è possibile? O siamo condannati all’immutabilità alimentare e sociale?

A ognuno la sua risposta.

Noi di Konrad andremo avanti con la ricerca.

Intanto, leggiamo con attenzione gli ingredienti di ciò che compriamo e boicottiamo i prodotti con olio di palma. Almeno fino a migliore chiarezza.

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Scritto da simonetta lorigliola

simonetta lorigliola

Simonetta Lorigliola, studi filosofici, è giornalista e vive e lavora a Trieste.
ha collaborato con "EV. Vini. Cibi Intelligenze", la rivista di Luigi Veronelli. Dal 2004 al 2010 ha diretto la Comunicazione sociale e le Campagne per Altromercato, la maggiore organizzazione di commercio equo e solidale italiana per la quale ha fondato il progetto IlCircolodelCibo. Autrice di pubblicazioni su origini e storia, ha recentemente pubblicato "È un vino paesaggio" (DeriveApprodi, Roma, 2017) È stata tra gli ideatori del progetto "t/Terra e libertà/critical wine" che ha organizzato decine di eventi in tutta Italia. Oggi collabora con il Seminario Veronelli. Scrive su Konrad dal 2012 e da ottobre 2015 ne è la direttrice.

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