Passeggiata tra il pianeta Marte e la science fiction

Pensando (anche) a Mission to Mars di Brian De Palma, uscito nell’epico anno 2000

 

– di Gianni Ursini –

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Uno dei pochi lungometraggi “spaziali” visti nel corso del Festival di Science plus Fiction 2014 è stato The last days on Mars, presentato nella sezione “Melies d’argent”. Diretto dall’irlandese Ruairi Robinson, si avvale dell’interpretazione di un attore famoso come Liev Schreiber. Il film  descrive gli ultimi giorni della prima missione umana su Marte, che viene funestata da un grave incidente capitato ad uno dei suoi componenti, ma si trasforma presto in una brutta e scontata storia dell’orrore piena di effettacci e zombi assassini. Come se non bastassero quelli che imperversano sulla Terra. Il film non si è aggiudicato nessun premio, ed effettivamente non se lo meritava. Molto meglio le oscure presenze evocate nel vecchio film di John Carpenter Fantasmi da Marte (2001) che ricordavano molto i mostruosi “Grandi Antichi” descritti nei libri dello scrittore americano Howard Phillps Lovecraft. Oppure gli scarafaggi assassini presenti nel film Pianeta Rosso di Anthony Hoffman uscito nello stesso periodo. Ma l’opera più bella che il cinema americano ha prodotto all’inizio del XXI secolo è stata sicuramente Mission to Mars di Brian De Palma (2000). Lo hanno seguito altri film dedicati all’esplorazione di Marte, e la serie continua fino ai giorni nostri. Una simile proliferazione di pellicole ambientate sul pianeta rosso merita una piccola digressione storico- scientifica.

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Il pianeta Marte ha sempre esercitato un’attrazione indiscutibile per l’umanità: dopo la Luna (ed ovviamente il Sole ) è stato il corpo celeste più studiato dagli astronomi ed il più sfruttato sia in campo cinematografico che letterario.

Bisogna rendersi conto che fino a quando le prime sonde interplanetarie dimostrarono che i famosi canali osservati da Giovanni Schiaparelli (1835–1910), Percival Lowell (1855–1916) e tanti altri, erano solo  delle illusioni ottiche, molte speculazioni scientifico – letterarie erano basate sul fatto che su Marte ci doveva essere una forma di vita più o meno simile alla nostra. Di questo era fermamente convinto anche Camille Flammarion (1842–1925), astronomo francese celebre soprattutto come volgarizzatore di conoscenze astronomiche. Le sue opere, tra cui l’ “Astronomia Popolare“ (1880 ) ebbero una diffusione enorme, ed è facile che la loro lettura abbia influenzato il giovane Herbert George Wells quando nel 1897 scrisse il suo famoso romanzo “La Guerra dei Mondi“, in cui si descriveva con impressionante realismo una ipotetica invasione dei Marziani. Con il progredire delle conoscenze scientifiche, un sempre maggiore numero di astronomi cominciarono a mettere in dubbio l’esistenza dei famosi “canali di Marte“, ed i dibattiti e le polemiche in merito si prolungarono per decenni. Tuttavia ancora nel 1933 uno scienziato tedesco, tale Desiderius Papp, era convintissimo dell’esistenza della vita intelligente su Marte, ed arrivava a descriverla minutamente con grafici e disegni pubblicati su un suo libro, uscito in Italia l’anno successivo con il titolo “Chi vive sulle Stelle?“ ( Bompiani, 1934 ).

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Negli USA poi, la patria di Percival Lowell,  evidentemente nessuno osava mettere in dubbio l’esistenza dei Marziani, e ciò è dimostrato dal fatto che Orson Welles nel 1938 riuscì a terrorizzare metà della popolazione americana con un semplice radiodramma ispirato al già citato romanzo di H. G. Wells “La Guerra dei Mondi“. Leggermente diversa era la situazione sull’altra sponda dell’oceano, dove nel 1939 l’Astronomo Reale  inglese H. Spencer Jones scrisse un libro in cui metteva seriamente in dubbio l’esistenza dei canali e della stessa vita intelligente su Marte. Tale libro fu pubblicato in Italia nel luglio 1940, mentre già in Europa infuriava la guerra, dalla casa editrice Garzanti con il titolo di “Mondi senza fine“, e fu una delle ultime opere di  autori inglesi ad essere tradotta in Italia prima dell’ingresso del nostro Paese nel secondo conflitto mondiale.

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In campo fantascientifico, anche nel secondo dopoguerra,  per buona parte degli anni Cinquanta e Sessanta, fu quasi una bestemmia affermare che Marte era un pianeta sterile, e che l’attività biologica come la conosciamo noi era assolutamente impossibile. Nel 1953 il celebre film di Byron Haskin tratto anche quello dal romanzo “La Guerra dei Mondi“ iniziava con una sequenza curata dal pittore Chesley Bonestell con cui si illustravano i vari mondi del sistema solare, e si dava per scontata l’abitabilità del pianeta Marte. Ricordo che mi arrabbiai moltissimo quando nel 1959 uscì il film di Antonio Margheriti Space Men in cui con insospettabile rigore scientifico si affermava che  l’intero sistema solare era assolutamente sterile, e che la vita esisteva solo sul pianeta Terra. Appena sei anni dopo, nel 1965, arrivarono a Terra le prime 22 fotografie di Marte scattate dalla sonda spaziale Mariner 4, e non mostravano tracce di canali, ma solo una superficie arida e desolata costellata di crateri molto simile a quella della Luna. Fu una grossa delusione per tutti, ma molti non si lasciarono convincere nemmeno dall’evidenza.

Questa irriducibile ed assurda speranza nella scoperta di vita intelligente su Marte dura tuttora, e negli USA è stata alimentata dai romanzi pseudo-fantascientifici di Edgar Rice Burroughs (1875– 1950), da noi famoso solo per le storie di Tarzan, ma in patria celebre per il “ciclo di Barsoom”, (1912–1940), nel quale un giovane ufficiale dell’esercito sudista di nome John Carter viene trasportato come per magia sul pianeta rosso, dove trova creature favolose, città perdute e belle donzelle da salvare, in una serie di interminabili avventure. Né bisogna dimenticare l’enorme successo ottenuto in tutto il mondo dal romanzo di Ray Bradbury “Cronache Marziane“ (1954), nel quale si favoleggia dell’incontro degli esploratori terrestri con un’antichissima ed enormemente evoluta civiltà marziana. Probabilmente lo stesso Ray Bradbury, che nell’agosto del 2000 aveva raggiunto l’invidiabile età di ottant’anni suonati, avrà apprezzato molto l’ultima fatica di Brian De Palma intitolata Mission to Mars.

L’eclettico regista italo-americano durante la sua lunga carriera non si era mai cimentato con una storia di fantascienza spaziale, anche se non aveva disdegnato l’incontro con tema molto caro agli autori di science- fiction, quello dei poteri extrasensoriali, nel riuscitissimo Carrie (1976) e nel successivo Fury (1978). Interpretato da Gary Sinise e da Tim Robbins, Mission to Mars  è un film composito dove il regista si diverte a confondere le idee degli spettatori accentuando la sua abituale tendenza a mescolare diversi generi cinematografici in una stessa pellicola. Dopo un inizio magistrale in cui un’astronave che esplode in fase di decollo, si rivela essere nell’altro che un  giocattolo pirotecnico usato in occasione della festa di compleanno di uno degli astronauti, il film ci scaraventa in piena atmosfera marziana, riprodotta magistralmente grazie agli splendidi effetti speciali curati da due delle maggiori case di produzione esperte in trucchi ottici ed elettronici: l’ Industrial Light and Magic di George Lucas, e la Dream Quest Image.

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Nel film si immagina che nell’anno 2020 la prima esplorazione umana di Marte abbia il compito di studiare un sito già ben conosciuto ai giorni nostri, dove una grande formazione rocciosa fotografata dallo spazio, assume l’aspetto di una faccia quasi umana. Una volta giunti sul posto, gli astronauti si accorgono che quella che dall’alto sembrava un’immagine misteriosa, è solo una montagna dalla forma un po’ strana. Ma quando tentano di sondarla con le onde elettromagnetiche, l’intero picco letteralmente esplode, ed essi vengono travolti e quasi tutti uccisi da una terribile tempesta di sabbia. Si salva solamente l’astronauta nero che rimarrà, novello Robinson Crusoè, ad attendere i soccorsi. Qui Brian De Palma fa apertamente riferimento ad un vecchio film di Byron Haskin intitolato proprio Robinson Crusoè su Marte (USA 1964 ), visto in anteprima europea quarant’anni fa a Trieste in occasione della seconda edizione del vecchio Festival Internazionale del Film di Fantascienza. Dopo che la prima missione umana su Marte si è risolta in un disastro, viene organizzata una spedizione internazionale di soccorso per indagare sulle cause dell’incidente. A questo punto, tra i preparativi della missione e gli inconvenienti spaziali in volo, il film diventa noiosetto, e comincia ad assomigliare sempre di più ad uno dei soliti film sulle imprese spaziali tipo Apollo 13 di Ron Howard (USA 1995). Intendiamoci: anche la parte centrale della pellicola è molto spettacolare e tecnologicamente impeccabile, ma manca di “epos“, e tutto quello che vi succede è maledettamente prevedibile.

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Il film riprende quota nell’ultimo quarto d’ora, quando il regista, ancora una volta, cambia completamente stile ed abbandona qualsiasi pretesa di verosimiglianza scientifica dal momento in cui gli astronauti mettono piede all’interno di un enorme manufatto alieno sorto dalle profondità del pianeta. Da questo punto in poi Mission to Mars sembra diventare sempre più un concentrato di sequenze tratte da opere come 2001, Odissea nello Spazio di Stanley Kubrick (1968) ed Incontri ravvicinati del Terzo Tipo di Steven Spielberg (1977).

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Durante gli ultimi 10 minuti di proiezione gli spettatori vengono bersagliati da tante di quelle immagini rutilanti che la pellicola sembra scorrere ad una velocità doppia del normale. Contemporaneamente, spiegazioni e rivelazioni si susseguono ad un ritmo talmente frenetico che riesce molto difficile porre attenzione a tutto quanto succede.  In pochissimi minuti si viene a sapere che, certo, i marziani ci sono, o meglio c’erano fino ad un paio di miliardi d’anni prima, quando il loro pianeta fu desertificato in seguito all’impatto con un enorme asteroide. E dove sono andati ? Sono scappati in un’altra  Galassia a bordo delle loro astronavi iper-luminiche, non senza aver lasciato sulla nostra Terra il seme della vita. Il film si conclude con un giubilante Gary Sinise che sale a bordo dell’ultima astronave marziana in partenza per distinazione ignota, come aveva fatto Richard Dreyfuss in Incontri ravvicinati del Terzo Tipo, lasciando nella testa degli spettatori un milione di domande che rimarranno senza risposta. In conclusione: un film discontinuo, confuso e riuscito a metà, ma che verrà certamente ricordato come una delle migliori pellicole di fantascienza uscite nell’epico anno 2000.

Scritto da gianni ursini

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