Sopra Notte e nebbia di Jean Cayrol

Jean Cayrol

Jean Cayrol (Bourdeaux 1911 – ivi 2005)

Non possiamo far nulla contro il mondo

nella fame nera delle tombe

nel furore di una primavera che sa tutto

nel nostro grido nel nostro ridere da matti

in queste alte camerate d’ombra dove il nemico

                                                     ha il sonno leggero

[…]

Non possiamo far nulla contro il mondo

contro il mondo che dorme dentro di noi.

 

I miei fratelli nemici

 

Avevamo già segnalato la nascita (intervista del 2013 – K183) e analizzato un passo (Ho ucciso. Ho sanguinato, Blaise Cendrars, 2015 – K218) delle Nonostante edizioni, ora segnaliamo un altro passo, in verità compiuto prima di quello precedente, ma non importa, i libri sono meno vincolati dal tempo rispetto a noi e alla nostra mente, per cui ecco Notte e nebbia di Jean Cayrol.

Il tempo agisce su tutto, anche sulla poesia, ma di questa rimane un’essenza, un nucleo che vale, che dice o può dire qualcosa anche al lettore di un altro tempo. Nel caso di Cayrol a rimanere è il dolore. Un dolore che cerca la sua guarigione come fa il malato che mostra la ferita al dottore sperando possa far qualcosa. E la risposta è sempre quella: dipende dalla ferita e dal soggetto.

Notte e nebbia

Notte e nebbia seguito da Poesie di notte e nebbia, Jean Cayrol, a c. Giovanni Pilastro, postf. Boris Pahor, trad. poesie Nicola Muschitiello, Nonostante edizioni, Microgrammi/2, pp. 188, gennaio 2014

Il libro è composto da tre parti: la prima è un testo lancinante, crudo e lirico (come i fotogrammi che lo corredano) di Cayrol, Notte e nebbia, fatto per un documentario di Alain Resnais del 1955 e riguardante i prigionieri politici dei campi di sterminio nazisti (quelli che come Cayrol avevano NN – Nacht und Nebel, Notte e Nebbia – scritto sulla schiena). La seconda parte è Poesie di notte e nebbia, il cui tema duro è lo stesso, svolto senza illusioni ma con altezze liriche sconvolgenti. La terza parte invece è la Postfazione di Boris Pahor (un altro NN), in cui emerge un interessante confronto fra i due (ciò che per lui è indicibile, il male concentrazionario, per me è incomunicabile), sintetizzato anche nella presentazione del volume a Trieste (Antico Caffè San Marco, 7 marzo 2014) sia da Mezzena Lona (Cayrol è diverso da Necropoli, dove c’è umanità, mentre in Cayrol c’è perdita di umanità) sia da Giovanni Pilastro, l’editore (in Cayrol manca la testimonianza, è molto diverso da quello di Pahor. Cayrol è uno scrittore deportato, non un deportato scrittore).

Il dolore è il basso continuo del libro. Lo canta chiaramente Cayrol: “La parola è di sangue lancia rossa di mezzogiorno/delitto dai pesanti petali che ricade com’estate”, “lingua delle piaghe” (Confessione). È la ferita dell’ammalato, con la differenza che la ferita si ravviva e riprende a sanguinare quando la si nomina, quando si manifesta con la parola, che è già dolore: dicendola la si (ri)crea, ma senza dirla (senza quindi condividerla con l’altro) si sta male, si sta peggio. Ecco perché “l’amore dorme nella piaga” (Questi giorni che ti sembrano vuoti), “quando la terra appare proprio in fondo alla piaga” (Ai pallidi accenti dell’alba). Questo dire, questo riandare è difficile e lo scavo spesso avviene per anafore e simmetrie, evocazioni ricercanti il significato più giusto, più appropriato, più doloroso e quindi disinfettante, cura palliativa ma necessaria.

E il dolore è probabilmente tanto forte quanto l’amore che si è perso, che si è provato. Quindi è giusto che dolore e amore s’intersechino e siano i perni del libro nella generazione di una realtà totalmente umana: “il cuore/prende fuoco sta in un pugno” (Canto di marcia), “tutto è pronto fino alla morte/fino all’amore […] il mio dolore ha gli occhi bendati come l’amore” (Il regno del silenzio).

 

Riccardo Redivo

(articolo uscito sul Konrad n° 235 di maggio 2018)

 

Scritto da riccardo redivo

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