Melada. L’inferno nel paradiso. Crimini di guerra.

– di Fabiana Salvador –
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Melada (Molat in croato). I latini la chiamavano Insula Melata, isola del miele. Ultima del gruppo settentrionale dell’arcipelago di Zara. Fino al 1797 appartenne alla Repubblica di Venezia, per poi seguire le sorti dell’intera Dalmazia. Si estende su una superficie di 23 chilometri quadrati. 200 abitanti circa, tre paesi: Molat, Brgulje e Zapuntel. E’ una possibile e spesso casuale sosta per i diportisti: uno dei tanti paradise lost nel mare incontaminato della Croazia; per niente turistica, offre la tranquillità della natura selvaggia, profumi intensi di rosmarino, e quel minimo di servizi per rifornire la cambusa e proseguire il proprio viaggio spensierati. La baia di Jazi, in particolare, la più profonda e importante dell’isola, risulta ottima per l’ancoraggio sicuro, al riparo da Libeccio e Scirocco, e in parte anche dalla Bora.
Seguendo il sentiero che sale verso il paese di Molat, si attraversa un’ampia zona desolata. Fra l’erba rinsecchita e disobbediente, compaiono qualche edificio abbandonato e strani reperti architettonici ordinati e ripetitivi, di epoca ben successiva a quella romana. Si va quasi a sbattere contro una salda costruzione cementizia, una torretta con inquietanti inferriate. E una targa: non serve conoscere il croato per tradurre Talijanki fašistički okupator/ Koncentracijski logor/ 20000 interniraca. Memoria di sofferenza e morte. Disagio. Vergogna. Silenzio.
Un po’ di storia, per capire di più. Seconda guerra mondiale, aprile 1941: il Regno di Yugoslavia fu occupato dalle potenze dell’Asse. Quasi tutta la costa della Dalmazia settentrionale venne annessa al Regno d’Italia, fascista. Iniziò la violenta italianizzazione dei territori conquistati, secondo un modello già proposto altrove. Furono inviati, come amministratori, i segretari politici del Fascio, del Dopolavoro, dei Consorzi agrari e medici, e poi maestri ed impiegati comunali. L’italiano fu imposto come lingua obbligatoria per funzionari e insegnanti. Le insegne scritte in croato furono sostituite da quelle in italiano. Proibiti giornali, manifesti, vessilli in croato. Sciolte le società culturali e sportive. Imposto il saluto romano. Ripristinati i cognomi italiani, tradotti i nomi geografici, delle vie, delle piazze, ecc. Prestiti e sovvenzioni furono destinati a coloro che erano disposti a snazionalizzarsi. Furono acquistati terreni da ridistribuire agli ex combattenti italiani. E stabilite borse di studio per i Dalmati che avessero voluto continuare gli studi in Italia. Ma soprattutto vennero istituiti dei tribunali speciali e militari contro la resistenza.
Massici furono i rastrellamenti e le operazioni repressive condotte dall’esercito italiano di occupazione per stroncare qualsiasi tentativo di ribellione delle popolazioni. Fucilazioni, saccheggi, incendi di case. Arresti e deportazioni nei vari campi di detenzione divennero prassi comune.
Non si conosce il numero esatto degli internati nel campo di concentramento di Melada, secondo per dimensioni a quello di Arbe (Rab) e seguito, fra i principali, dai campi di Mamula e Prevalka. Le cifre variano da un minimo di 10.000 a un massimo di 30.000 internati. 1000 furono all’incirca i morti per malnutrizione, malaria e tubercolosi, torture e fucilazioni. Anziani, donne e bambini: familiari dei “ribelli”. La struttura occupava la superficie di un chilometro quadrato, delimitato da filo spinato e da cinque torrette fornite di mitragliatrici e garitte per le sentinelle. La capacità di accoglienza era di 1200 persone, ma le presenze superavano di gran lunga questa cifra. Inizialmente disponeva solo di tende, le persone dormivano per terra, sopra un sottile strato di paglia; poi furono costruite dodici grandi baracche di legno impiantate su fondamenta di cemento con capacità nominale di 100 posti ciascuna. Fu costruito un grande lavatoio, privo di acqua corrente e posto in riva al mare. Cinque latrine. Il campo fu attivo dal 30 giugno 1942 all’8 settembre 1943.
In territorio italiano i campi per croati e sloveni furono cinque: Gonars e Visco nell’attuale Friuli Venezia Giulia; Monigo e Chiesanuova in Veneto e Renicci in Toscana. L’elenco dei lager fascisti dovrebbe poi continuare e comprendere anche il Montenegro e l’Albania, un elenco per queste zone ancora poco documentato.
Il fascismo mise in piedi un sistema di campi di concentramento di cui in Italia pochi sanno. Italia paese senza memoria storica quando si tratta di crimini commessi dal fascismo? Revisionismo storico? È preferibile insistere nel ricordare i crimini compiuti dagli altri? Gli orrori delle foibe svincolati dagli eventi che le precedettero? Forse il mito di italiani “brava gente” andrebbe rivisto. Ci sono crimini di guerra ancora irrisolti. Criminali denunciati mai processati.
Ancora disagio e vergogna.

Scritto da fabiana salvador

fabiana salvador

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