Maxmaber orkestar. Un collettivo folk

Maxmaber - Spavomir - Redivo

La copertina di Spavomir dei Maxmaber disegnata da Jan Sedmak

Si respira quasi l’aria di un collettivo musicale. I Maxmaber, per tutte le volte che hanno modificato la loro formazione potrebbero far pensare a un magnete che, nel proprio tragitto, percorra un labirinto e attragga o perda qualcosa, in questo caso musicisti. Gli unici componenti rimasti della formazione originale sono Alberto Guzzi e Max Jurcev; gli altri vengono, rimangono, partono, ritornano… Insomma, un’energia artistica in trasformazione. Per questo motivo non si può sapere quanti hanno detto la loro nell’intervista: diciamo che a rispondermi è stato Maxmaber.

Perché suonate la musica tradizionale o, meglio, quella popolare (e perché, mi sembra, mai italiana)?
Beh, facciamo anche musica popolare italiana, per esempio nel penultimo album, Malinkovec – in corte Fedrigovez [del 2011], c’è Bigoli riarrangiata radicalmente. Ma anche per la musica tradizionale estera non siamo molto filologici. Riarrangiamo perché in realtà la musica popolare vive proprio di questo: un motivo ogni 30 km cambia un po’ il testo e la musica. Per esempio, nell’ultimo album [Spavomir, del 2014] abbiamo fatto O’ppa cupa che comincia in bosniaco ma poi passa al napoletano, tanto che sembra proprio una canzone napoletana; e in effetti sono geograficamente dirimpettai.

Il richiamo della musica popolare è quasi universalistico…
Sì. Tra l’altro, viaggiando si viene in continuo contatto con un sacco di realtà diverse che si cerca di incorporare e riproporre in giro.

Ma perché l’est?
Questo è un marchio della Maxmaber già dalla sua fondazione. E comunque perché Trieste alla fin fine è un cancello fra le varie culture. Inoltre, mentre magari la cultura dell’ovest è raggiunta da qualsiasi media, quella dell’est no, e preferiamo dar voce a cose meno sentite ma più presenti, almeno qua.

Sì, appunto, Trieste alla fine è una città dell’est?
Sì, o se non altro è una città che confina con l’est. Comunque è un crocevia, per cui di base sono tutte tradizioni che viaggiano da queste parti, anche se magari non si vedono in tv o in radio, però nel sottosuolo girano e sono presenti.

Trieste c’è in voi anche sotto forma di testo: per le persone che a Trieste ancora non vi conoscono (e all’interno della nostra redazione ce n’è almeno una), dimmi un po’ voi…
La band si è formata nel 2003 e il nome è derivato dalla contrazione di Max Jurcev, Massimo Serli e Alberto “Berto” Guzzi. Si era formato per musicare degli spettacoli teatrali ma poi si è incominciato a suonare, cercando spesso la strada. Con il tempo, dopo un bel po’ d’Europa, siamo arrivati a oggi, con collaborazioni che mettono insieme una marea piuttosto eterogenea di persone e abbiamo moltissimi contatti, diciamo, alternativi (comunità, amici, parenti, appassionati). Ci organizziamo quasi sempre via telefono. E’ tutto autonomo, sia la produzione di dischi che i live.

Questo suonare molto vi porta spesso fuori Italia.
Sì. Eravamo in molte parti: Svizzera, Parigi, Bruxelles, parecchio in Germania.

E ovviamente nei Balcani.
E’ da un po’ che in verità non ci andiamo, con gran dolore di Alberto. Ma abbiamo suonato a Mostar, in Bosnia, in Montenegro…

Chi sceglie i brani?
Diciamo che c’è un’operazione di ricerca che coinvolge tutti: ognuno dei membri è come se avesse un comparto: a Max piace il klezmer, propone un brano di questo genere e, se piace a tutti, si fa. Berto è quello un po’ più balkan, e anche Fabio il bassista. Si portano, si ascoltano e ogni tanto entrano a far parte del repertorio. Ad esempio, Sardoni in savor l’abbiamo sentita da un amico, Gianfranco Rampini., ed è stata subito proposta e messa dentro. E poi ci sono alcuni brani autorali: qualcuno ha dei giri o delle parole, si prova e alla fine il lavoro è abbastanza collettivo.

Bello e anche raro… Musicalmente, come vi definireste?
Un gruppo folk.

E’ un contenitore un po’ generico.
Sì… D’altro canto, quando la gente vuole restringere il campo con delle etichette, si finisce sempre nel balkan. Con dei fastidi più o meno seri: ora il balkan viene etichettato con quella specie di turbo-folk, di ottoni etc., con cui non abbiamo molto da spartire.

C’è qualcosa di nuovo in questo album?
Innanzitutto la formazione, che è quasi radicalmente cambiata, con modifiche che in verità sono accrescimenti, anche pronunciati: in quest’album, si è accettato, diciamo, l’inquinamento rock. Tutto quello che si sente attorno, si mette dentro, sempre mantenendo il proprio sound, ovvio. L’album ha il tiro [la resa] di un gruppo live: quello che uno sente è quello che uno vede… e c’è un suono un po’ più compatto, un po’ più duro.

Bene, siamo alla fine. Qualcosa d’altro?
Vendo Panda rossa…

Eh, eh, no, ok, allora una mia curiosità: qual è stato il posto più lontano che la Maxmaber ha raggiunto?
Credo Danimarca.

E l’Africa del nord?
No. Anche perché siamo vincolati a Jano, che è il nostro furgone: dove lui non può andare, non si va. Senza lui sarebbe troppo difficile, è un po’ la casa e soprattutto il cuore dei Maxmaber.

Chi volesse esplorare i Maxmaber può attendere qualche data in città o curiosare nel loro sito, www.maxmaber.org.

Riccardo Redivo

[Da Konrad n° 200, ottobre 2014]

Scritto da riccardo redivo

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