Marcovaldo. Un libro per bambini di ogni età

Oggi 19 settembre ricorrono i trent’anni dalla morte di Italo Calvino.

Desideravo molto scrivere qualcosa su di lui, e certo ci sarebbe stato tanto, troppo, da dire. Per farlo brevemente e a modo mio, mi sono chiesta quale fosse la singola sua opera di cui avrei voluto parlare, e la risposta è stata – fulminea – Le città invisibili.

Poi però, me ne sono posta un’altra: quand’è che ho conosciuto Calvino? La risposta è stata altrettanto rapida ma più tenera, succosa, venata di una dolcissima nostalgia che stringe d’improvviso il cuore: ecco, ora ricordo, accadde con Marcovaldo

Marcovaldo

Così, sono andata a ripescare il libro. Se guardate attentamente l’immagine che vi propongo, potete vedere un bizzarro rettangolo posticcio con cui ho cancellato l’etichetta che sta appiccicata sopra la copertina (non sono molto brava con gli imbrogli del fotoritocco): etichetta col mio nome, il nome della scuola che frequentavo e della classe, la IV D.

Sì, Marcovaldo entrò nella mia vita in quarta elementare, e non credo ci sia età migliore per leggerlo. Certo, nel corso della vita è consigliabile affrontarlo un’altra volta, per coglierne altre sfumature, metafore e significati più profondi.

Ma è da bambini che si apprezza la poesia e l’ingenuità di quest’uomo, il candore e l’innocenza del suo modo di stare al mondo. E soprattutto è solo da bambini che si può (e si deve) imparare a soffrire desolatamente e disperatamente per la Natura corrotta o assente, per l’insalubrità dell’aria, per l’infinita tristezza dei panorami di piombo.

É ai bambini, dunque, che mi rivolgo, anche quelli celati sotto menzognere spoglie anagrafiche d’adulto.

Marcovaldo ovvero Le stagioni in città è una raccolta di venti brevi racconti, alcuni dei quali erano giù usciti sulle pagine de “L’Unità”, pubblicata nel 1963, in cui si rincorrono per cinque volte, come nel corso di cinque anni, le quattro stagioni. Sono storielle dalla struttura facile, molto simile a quella delle storie a fumetti (Marcovaldo come un Bonaventura, un Sor Pampurio…), che però diventano simbolo di faccende ben più serie. Marcovaldo è un manovale, che si arrabatta tra problemi di lavoro e familiari, che ha moglie (Domitilla) e molti figli, una casa troppo piccola e parecchi debiti. È l’italiano medio della fine degli anni Cinquanta, preso dal boom economico, dalla città che si trasforma e si svilisce, dal consumismo attraente e feroce.

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Di Marcovaldo ce ne sono tanti, stretti tra sogno e bisogno, voglia di vita nuova e struggente rimpianto per quella che va perdendosi.

Marcovaldo è tutti gli uomini semplici che abbiano mai mangiato dalla gamella durante la pausa pranzo,  guardandosi attorno un po’ tristi un po’ felici, le guance paffute, piene dei sapori di casa.

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Marcovaldo adesso ha preso a masticare lentamente: è seduto sulla panchina d’un viale, vicino al posto dove lui lavora; siccome casa sua è lontana e ad andarci a mezzogiorno perde tempo e buchi nei biglietti tramviari, lui si porta il desinare nella pietanziera, comperata apposta, e mangia all’aperto, guardando passare la gente, e poi beve a una fontana. 

La città in cui vive è imprecisata. Potrebbe trattarsi di Torino, ma non è necessario dirlo. D’altronde le città sono tutte uguali. È La Città, la tentacolare, la grigia, la crudele.

La ditta in cui lavora è la Sbav, ma conta poco sapere cosa produca. Anche le ditte sono tutte uguali. È La Ditta, tentacolare grigia e crudele pure quella.

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Cosa ne sarebbe di lui, se non avesse dalla sua l’animo sensibile e l’occhio lungo sui dettagli che nessun altro vede?

Aveva questo Marcovaldo un occhio poco adatto alla vita di città: cartelli, semafori, vetrine, insegne luminose, manifesti, per studiati che fossero a colpire l’attenzione, mai fermavano il suo sguardo che pareva scorrere sulle sabbie del deserto. Invece, una foglia che ingiallisse su un ramo, una piuma che si impigliasse ad una tegola, non gli sfuggivano mai: non c’era tafano sul dorso d’un cavallo, pertugio di tarlo in una tavola, buccia di fico spiaccicata sul marciapiede che Marcovaldo non notasse, e non facesse oggetto di ragionamento, scoprendo i mutamenti della stagione, i desideri del suo animo, e le miserie della sua esistenza. 

 

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