Marcello Mascherini e Padova

– di Fabiana Salvador –

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Una nuova mostra dedicata a Marcello Mascherini (Udine 1906-Padova 1983), eccezionale per le novità e i temi affrontati, mette in luce l’intenso e duraturo rapporto dell’artista con Padova.

Cresciuto e formatosi a Trieste, l’artista nell’Olimpo degli scultori italiani del Novecento, iniziò a esporre nella città veneta appena ventenne. Partecipò alle sindacali, alle Mostre d’Arte Trivenete, venendo coinvolto non solo come protagonista ma, ormai artista di successo internazionale, anche come commissario. La sua fortuna va ricondotta anche alle opere realizzate al Palazzo del Bo per il Rettorato dell’Università degli Studi, grazie a Gio Ponti, sincero estimatore e committente; ai molti incarichi istituzionali; alla partecipazione a premi ed eventi mondani; alla fama presso collezionisti e il mercato antiquario; alle amicizie e passaggi biografici che furono determinanti; al sodalizio personale e professionale con Paolo De Poli, grande protagonista delle arti decorative del Novecento.

Una selezione di una quarantina di opere, alcune rientrate da poco in Italia, dopo oltre mezzo secolo, come la Danzatrice del 1951, un piccolo e intenso bronzo scelto come icona della mostra. Opere come Frate Francesco, non esposto da novant’anni. Alcuni dei più bei bozzetti di collezione privata padovana; un focus interessantissimo sull’attività di Mascherini per le grandi navi da crociera italiane. Ma anche il grande Icaro del 1957, tra i lavori più significativi del catalogo Mascherini, che non trovano riscontro nelle sue presenze a Padova ma che sono il manifesto della cifra di un artista che in quegli anni raggiunse il successo internazionale.

Per le esposizioni padovane Mascherini tralasciò il magniloquente linguaggio classico, mediterraneo e italiano, la retorica del mito. Tralasciò i grandi nudi bronzei, di grande impatto e suggestione, presenti nelle vetrine internazionali di eccellenza, e preferì presentare un aspetto più intimistico della sua produzione, che consente oggi un’immersione sulla personalità dell’artista.

Da qui l’interesse su questa mostra. Il punto di vista “locale”, scelto dal curatore Lorenzo Nuovo, permette di ragionare sul difficile percorso di presa di coscienza identitaria condotto, senza clamori, nel corso di tutta l’esistenza di Mascherini. Un’identità plurale, giuliana (riconducendoci al periodo storico) e carsica, che egli percepisce in contraddizione al nazionalismo, basato su un’italianità puramente biologica, quale era imposta negli anni del regime fascista. Nelle opere presentate alle mostre paladine, si trovano tanti rimandi e suggestioni di temi, personaggi e sentimenti presenti ne “Il mio Carso” di Scipio Slataper. L’opera non viene mai citata esplicitamente, forse perché troppo ambigue e pericolose erano le posizioni dell’intellettuale triestino per i nazionalisti italiani. Tuttavia opere come Bambina del Carso e soprattutto Primula, una giovane donna esposta nel 1939, sono esempi inconfutabili del rimando al testo slataperiano. Il processo di autocoscienza si completerà negli anni Sessanta e Settanta, con il trasferimento di Mascherini a Sistiana, il ritiro dalla società borghese e il rapporto stringente con la propria terra: saranno gli anni dei ricalchi delle pietre del Carso, dell’utilizzo dei suoi legni, dell’abbandono della figura umana, ma anche dei lutti personali e sociali, della depressione e della malattia. Gli anni di Fiore del male: secco, spezzato, non finito nella forma, scosso da forze centripete. Che nessuno coglierà mai.

 

Marcello Mascherini e Padova

Palazzo Zuckermann

5 maggio-30 luglio 2017

Corso Garibaldi, Padova

Scritto da fabiana salvador

fabiana salvador

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