Le luci di Grom. Intervista all’artista

Bogdan Grom

Foto di gruppo durante l’Onorificenza per merito alla carriera (2011); vicino all’artista, la moglie Nina e il Presidente della Repubblica Slovena Danilo Türk

Trieste sta per ospitare un mostra che resterà nella sua storia: il percorso artistico del nostro Bogdan Grom (già intervistato nel n°163 di Konrad) sarà racchiuso in LUCI 2012: BOGDAN GROM, artista internazionale e uomo del Carso. La rassegna, che verrà allestita al Magazzino delle idee, sarà inaugurata il 15 dicembre e terminerà il 28 gennaio 2013. Noto all’estero, non solo negli Stati Uniti, dove abita dal 1957, in città tende a essere conosciuto più fra gli esperti del settore che fuori: un’altra mancanza di Trieste, che però con questa mostra si accinge a colmare. Qui di seguito, uno stralcio del colloquio telefonico avuto con lui (il 15 novembre).

Come sta?
Well, vado come va l’America.

Eh, eh… Com’è la situazione a New York dopo Sandy?
Le grosse conseguenze ci danno ancora problemi perché siamo circondati da porti, alberi vecchi che non hanno radici in profondità; ci sono ancora acquazzoni e il terreno è soffice. Inoltre l’elettricità è un problema, e l’America funziona con l’elettricità…

Lei è nato sul Carso (il sottotitolo della mostra la definisce, non a caso, “uomo del Carso”): com’è cambiato il suo rapporto con esso?
Il Carso è cambiato come tutti noi cambiamo, non sempre gradevolmente. Però in generale, finché ci saranno le case, i tetti, ci sarà sempre qualche cosa da vedere, da godere; almeno fin a quando vedo i coppi sul tetto. Per questo mi è piaciuto il Messico, e anche il Nuovo Messico, perché c’è una somiglianza evidente nei tetti, quasi ci fosse un legame tra loro.

Qual è l’opera che la lega maggiormente a Trieste?
Mah, sono forse i primi lavoro che ho fatto qui [Grom ha cominciato ad esporre a in città da dopo la seconda guerra mondiale al 1957, anno in cui emigrò negli Usa], però a legarmi è piuttosto quello sguardo panoramico della strada Napoleonica, perché si può vedere sia a destra che a sinistra del Golfo, e l’impressione che si ha del Golfo di Trieste è completa. Questa mostra, veramente, fa emergere il mio sviluppo artistico, e quello che è importante è che ci sono parecchi lavori inediti, presi dal mio archivio, come le prime impressioni dopo l’arrivo negli USA, specialmente a New York, città straordinaria. In questa città ero ogni giorno sbalordito, vedevo delle cose che non avevo mai visto prima, ma mi stupiva anche il comportamento della gente, e poi dal punto di vista del lavoro era – ed è – una città molto intensa: avevo un ufficio che dava su una strada dove vedevo la gente che puliva i vetri sui grattacieli, e mi sbalordivo come un pianoforte potesse andare dal pianoterra al 50° piano…

Come sono stati i suoi inizi da pittore negli Sati Uniti?
In generale, dovevo adattarmi al modo di guardare che aveva l’americano, ma non ci riuscivo facilmente, perché il mio modo di disegnare era in contrasto con il suo. Per esempio, avevo illustrato un libro che alla fine qualcun altro, prendendo spunto dal mio lavoro, aveva modificato.

Americanizzandolo?
Sì, eh eh, esatto.

Ha una tecnica o un materiale che preferisce usare rispetto ad altri?
Beh, su più di cinquant’anni di lavoro è difficile dirlo: ero conosciuto per essere un artista molto tecnico ed ero proprio un interessato della tecnica. Adoperavo maggiormente la litografia, ma il mio lavoro era sempre abbastanza originale: usavo le lastre, ci lavoravo sopra con molti colori, ad esempio stavo dietro ai blu, non a uno solo, c’erano varie sfumature, e così il giallo… Le tecniche mi interessavano sempre e all’inizio alcune di esse mi dettero molta difficoltà, ma poi, insistendo, superavo l’abilità di quelli che me le insegnavano.

Qual è il suo soggetto preferito?
In questo momento, tutti questi passeri fuori dalle mie finestre che godono le semenze; vedo poi tutti i giorni altri uccelli che noi non abbiamo, sono simili ma non come i nostri, questi hanno più colore. Il mio soggetto è tutto: natura, uomini… Io non mi limito: annoto i luoghi se provo interesse (ad esempio le nubi o qualunque altra cosa), faccio un accenno su un pezzetto di carta, di qualunque tipo in quel momento disponga, e alla mostra se ne potranno vedere alcuni…

Sarà interessante vederli… Com’è il suo rapporto con la lettura? Qual è il suo ultimo libro letto?
Ja, ho sempre qualcosa da leggere, specialmente soggetti politici, soprattutto di politica estera. Ad esempio ho appena letto il Diario di Ciano. È interessante perché scrive anche di quand’era a Ljubljana e mi ricordo a quel tempo di aver visto la bandiera italiana vicino a quella Jugoslava, ma una cosa simile non poteva essere e difatti guardai meglio e vidi, al centro della bandiera, una piccola U di Ustascia: Ciano stava accogliendo una piccola delegazione di ustascia, quei…
Ma leggo anche altri libri, ad esempio ho appena letto The tiger’s wife [L’amante della tigre, di Téa Obreht, in Italia pubblicato da Rizzoli nel 2011], un libro tradotto dal serbo all’inglese per la casa editrice Random House. [e ne fa il riassunto]

Che progetti ha nell’imminente? Ha qualche desiderio particolare per la mostra triestina?
Quando arrivo sarò io a impostarla: nelle mie mostre seguo certe regole, vado dal passato al presente ed evito il futuro.

Riccardo Redivo

[Da Konrad n° 182, dicembre 2012-gennaio 2013]

Scritto da riccardo redivo

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