L’olio di palma fa male alla salute?

– di Nadia e Giacomo Bo –

Si fa un gran parlare di olio di palma che viene utilizzato dall’industria alimentare per una moltitudine di prodotti che quotidianamente entrano nelle nostre case. E nelle nostre pance.

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Grassi saturi e insaturi

Bisogna capire cosa sia realmente questo olio. Generalmente suddividiamo i grassi (lipidi è il termine scientifico) in tre categorie: saturi, monoinsaturi e polinsaturi.

La differenza dipende dai legami chimici delle molecole di idrogeno, carbonio e ossigeno.

I principali grassi saturi sono: lardo, strutto, burro, panna. I monoinsaturi sono l’olio d’oliva e quello di sesamo. I polinsaturi sono l’olio di noce, di vinaccioli, di soia, di girasole, di zucca, di mais. In sintesi: i grassi animali sono tutti saturi, mentre gli oli vegetali sono insaturi.

Essendo vegetale l’olio di palma starebbe tra gli oli insaturi, ma l’analisi chimica rivela che contiene circa il 50% di grassi saturi. Quindi non è un olio e dovremmo più propriamente chiamarlo grasso di palma cosa che sarebbe certo negativa in termini commerciali.

Di fatto comunque l’olio di palma è un grasso saturo al pari del burro. Tutte le controindicazioni relative ai grassi animali valgono anche per l’olio di palma: i grassi saturi sono generalmente ritenuti ampiamente coinvolti nel rischio cardiovascolare perché aumentano il colesterolo cattivo.

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Cosa dicono gli studi scientifici?

Sull’olio di palma non si registrano posizioni ufficiali da parte dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, del Ministero della Salute e dell’Istituto Superiore di Sanità. Per cercare qualche informazione in più, occorre spulciare la letteratura scientifica.

Ciò che emerge è un quadro non ancora del tutto definito. Recentemente è apparso un lavoro italiano pubblicato sull’American Journal of Clinical Nutrition da cui, attraverso la revisione di 51 studi, è emerso come diete ricche in olio di palma e acido stearico (un acido grasso presente nell’olio di palma) aumentino la quantità di colesterolo totale più di quanto non accada in diete abbondanti di altri acidi grassi saturi (stearico e laurico). Nessuna variazione significativa, però, è emersa sui valori del colesterolo cattivo Ldl.

In sintesi la maggioranza degli studi presi in considerazione non sembra suggerire un ruolo attivo dell’acido palmitico nell’insorgenza di malattie cardiovascolari, soprattutto se si prendono in considerazione persone con buoni livelli di colesterolo e un’assunzione adeguata di acidi grassi polinsaturi.

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Il problema è la quantità

L’olio di palma è sicuramente meglio degli acidi grassi trans così come come sono migliori il burro e gli altri oli vegetali.

In conclusione non c’è ragione per demonizzare in toto l’olio di palma, come non c’è ragione per demonizzare il burro.

Quantità moderate non fanno alcun danno, se assunte nell’ambito di una dieta varia ed equilibrata, se possibile di stampo mediterraneo (verdure, cereali integrali, proteine vegetali, pesce…)

Le linee guida per una sana alimentazione dell’INRAN non vietano i grassi, ma ne consigliano un consumo moderato: in un’alimentazione corretta, dovrebbero apportare dal 25 al 35% al massimo della quota calorica giornaliera e dovrebbero essere variamente distribuiti tra saturi (non più del 7-10% delle calorie totali), monoinsaturi (fino al 20%) e polinsaturi (circa il 7%).

Il problema, dunque, è la quantità.

Spesso assumiamo olio di palma in modo inconsapevole. In una giornata, le occasioni per consumarlo sono tante poiché è contenuto in moltissimi prodotti industriali: dai cereali croccanti ella colazione, ai biscotti confezionati con cui accompagnare il caffè di metà mattina. Dal toast del pranzo, al gelato industriale di metà pomeriggio, fino ai piatti pronti congelati, agli snack dolci e salati, ai prodotti da forno, alla crema spalmabile. L’elenco potrebbe continuare. E sono tutti prodotti che possono contenere olio di palma. Decisamente troppo. Occhio agli ingredienti!

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