“Lo stesso mare” di Amos Oz

– di Luisella Pacco –

Non lontano dal mare, in via Amirim, vive da solo un certo signor Albert Danon. Adora le olive e i formaggi salati. È un uomo gentile, di mestiere ragioniere. Qualche tempo fa – era mattina – un cancro alle ovaie si è portato via sua moglie Nadia. Ma ne ha lasciato i vestiti, una toeletta, tovagliette finemente ricamate. L’unico loro figlio, Enrico David, è andato a salire la china in Tibet.

lo stesso mare amos oz copertina

Inizia così, questo libro (uno dei molti e bellissimi) dello scrittore israeliano Amos Oz, con alcune parole che dicono la semplicità del quotidiano e la semplicità della morte. Non potrebbe essere diversamente: non è fatta forse così, la vita? Di indirizzi, nomi, sapori buoni, malattie, cose che restano, persone che se ne vanno?

È un libro ormai datato (pubblicato nel 1999 e giunto in Italia nel 2000 nella bella traduzione di Elena Loewenthal), ma io non smetto mai di parlarne e di consigliarlo, di averlo spesso con me, di farmi accompagnare appesa al suo braccio. Non riesco a sistemarlo definitivamente nello scaffale che gli spetterebbe. Fa parte di quel piccolo gruppo di libri vagabondi, da comodino, da borsetta, da attese, da veglia improvvisa nella notte. Ha ancora molto da dirmi, lo so.

Non è un vero e proprio romanzo (e non saprei dire cos’è), privo com’è di una trama forte o uno sviluppo evidenti, intriso di spazi bianchi, curve di tempo, sospensioni, sfumature che non diventano nulla di più, particolari che non appartengono ad alcun generale, dettagli sparsi come semi su una buona terra. Spezzato in capitoletti, tondi chiusi e sonori come conchiglie (ciascuno con un titolo). Ecco il modo per leggerlo: posarseli all’orecchio e restare in ascolto.

Una storia c’è, certo, minima ma c’è. Non ve la svelo. Vi dico però che per intuirla ci vorranno fatica, pazienza, compartecipazione al lavoro di Oz. Occorre silenzio, occorre fede. La disponibilità a credere che un altro orizzonte narrativo sia possibile. La voce narrante cambia di momento in momento, non si sa chi stia parlando e di che cosa; si passa dal presente al passato in un gioco continuo di flashback; la prosa si scioglie in poesia e viceversa; pagine svuotate e pagine fitte rendono sconnesso il cammino; monologhi e dialoghi si somigliano, la realtà è simile al sogno, la corrispondenza viaggiata si mischia a lettere soltanto immaginate… Ce n’è abbastanza per irritare il lettore pigro. Ce n’è abbastanza per far innamorare il lettore vero, che ritroverà un po’ di se stesso, specchiandosi con pudore in una frase, un’immagine.

Io ho trovato la mia. Molto tempo fa, la tenevo appesa su una parete alle mie spalle, perché mi pareva che più di ogni altra potesse svelare chi ero senza bisogno di tante chiacchiere. Il capitolo si intitola Dove sono e dice così:

Come mai non ti si vede mai in giro, gli dicono, perché te ne stai sepolto lì in quel buco, dicono, niente amici niente feste niente svaghi niente piaceri, e dai esci, vedi un po’ di gente, rispondi all’appello, manda almeno qualche segno di vita.

E come, dice lui, s’alza alle cinque del mattino, beve una tazza di caffè, cancella e scrive sei o sette righe e il giorno già muore – la sera cala a cancellare.

 Luisella Pacco

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