L’imbroglio del kamut

– di Simonetta Lorigliola – 

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Breve storia di una delle più riuscite invenzioni di marketing degli ultimi 30 anni.

Pasta. Pane. Grissini. Crackers. Farina. Il kamut occupa un intero scaffale nei negozi bio e irrompe nella grande distribuzione. Costa, ma vende. L’Italia è il primo paese consumatore al mondo di kamut. “Ha un buon sapore. Così rustico!” dice la mia estetista. Forse è vero. Ma è veramente buono il kamut? Se la bontà non si ferma al momento gustativo, ma cerca un piacere maggiore, che includa il diritto a conoscere quel che mettiamo in tavola, la risposta si complica. Il kamut è una delle più riuscite invenzioni di marketing degli ultimi 30 anni.

 

La bufala del grano egizio

C’era una volta, nel 1949, un baldo aviatore americano, Earl Dedman, in servizio in Portogallo. Venne in possesso di 32 chicchi di un grano senza nome che gli dissero provenire da una tomba egizia. Li spedì come regalo al padre, agricoltore nel Montana che prese la zappa e li piantò; crebbero le piante, ma quel grano dalla spiga lunga e dai chicchi grossi non interessava a nessuno. Tutto tacque per 30 anni quando il signor Quinn, per farla breve, fondò un’azienda che cominciò a coltivarlo e distribuirlo. Lo si vendeva raccontando la storiella d’Egitto per anni. Funziona. Il grano dei faraoni. Puro, antico, incontaminato. Risponde al desiderio del consumatore di recuperare le origini, un tempo in cui tutto era più buono e naturale. Nessuno disse che i semi di grano perdono la loro capacità germinativa al massimo dopo 10-20 anni. Altro che faraoni. La storiella si rivela oggi quasi del tutto inventata e, dopo più di 30 anni, perfino la Kamut International oggi non la utilizza più. Tanto oramai il meccanismo è scattato, in termini di visibilità del prodotto e di crescita del fatturato. Bingo.

Il kamut è proprietà privata

Kamut non è il nome di un grano, è un brand aziendale. Come Ferrero, Nestlè o Barilla. Il marchio è stato registrato nel 1990. In Italia arriva nel 1991. Forse la parola kamut corrisponde ad un geroglifico egizio che indicava il grano. Il che confermerebbe la mala fede nel propinare la storiella dei faraoni. Il kamut è un grano duro della varietà Khorasan (Triticum turgidum ssp. Turanicum), originario delle pianure tra Iran ed Anatolia, (la regione Khorasan è là). Gli egizi non centrano nulla di nulla. Un grano Khorasan veniva e viene in parte coltivato in Basilicata ed Abruzzo. Ad oggi tutti possono coltivare il Khorasan, sconosciuto e commercialmente non attrattivo. Ma il kamut è blindato. Prodotto solo dalla Kamut International in Montana (Usa), Alberta e Saskatchewan (Canada), secondo i dettami dell’agricoltura biologica, applicati all’agricoltura industriale. Non un grano coltivato dietro l’angolo. Non un grano da piccole produzioni. Il kamut  che tanto piace agli italiani, che lo pagano profumatamente, arriva attraversando mezzo pianeta. Non è caffè o cacao, coltivazioni qui impossibili. È grano. Di una varietà particolare, che cresce anche in Italia.

Proprietà nutrizionali miracolose? E i costi?

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Nella propaganda pro-kamut molto ha contato l’aspetto nutrizionale. Ma non possiamo parlare di proprietà del kamut. Semmai di proprietà del Khorasan: elevato contenuto proteico, superiore alla media dei frumenti duri e teneri, e buon contenuto di alcune vitamine del gruppo A. Ripetiamo: sono proprietà del Khorasan, anche se ci vengono vendute come proprietà del kamut. Per quanto riguarda il glutine il Khorasan ne contiene di più rispetto ad altri tipi di grano, intorno al 15,5%,(il Farro dicocco il 14%, il grano tenero il 13,4%). Infine, è un grano tradizionale non sottoposto a miglioramento genetico, e quindi più digeribile e meno allergenico, come tutti i grani tradizionali. Il kamut costa dall’80 al 200% in più di un grano biologico normale. Cosa paghiamo? Prima di tutto si paga il marchio. È un grano “di marca”. Poi si paga l’immagine creata ad hoc di grano sano, antico, leggero, nutriente. Non si paga di più per avere un grano unico al mondo; si paga il marketing e si ingrossano i profitti della Kamut International. Il kamut è un monopolio privato fondato sulla brandizzazione di un prodotto agricolo.

Libero grano in libera spesa

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Esistono cereali italiani tradizionali che molti contadini stanno ripiantando, spesso bio. Hanno ottimi valori nutrizionali e alta digeribilità. Sapore rustico e deciso. Sostengono un’economia agricola su scala eco-compatibile, in territori vicini. La varietà non manca: farro dicocco, grano saraceno (senza glutine) grano Senatore Cappelli, Khorasan (proprio lui!) o grano etrusco, grano Graziella Ra. Tra questi scegliamo quelli in cui è indicata in modo trasparente la tracciabilità; leggiamo sulle confezioni ed assicuriamoci che:

a) sia indicato il luogo di coltivazione del cereale (e che sia in Italia)

b) siano specificate le successive fasi di trasformazione (lavorazione e confezionamento)

c) la pasta sia ad essicazione lenta, a bassa temperatura e trafilata a bronzo (non a teflon)

d) cereali o trasformati siano integrali o semi-integrali per un più bilanciato apporto nutritivo

Infine, se possibile, preferite le piccole produzioni che gestiscono dal campo al pacchetto e non i prodotti marchiati dai distributori: la filiera più corta è, meglio è. Per noi e per il pianeta.

 

Simonetta Lorigliola

 

Scritto da simonetta lorigliola

simonetta lorigliola

Dopo gli studi filosofici ha rivolto il proprio interesse alla cultura materiale. Ha collaborato con "EV. Vini. Cibi Intelligenze", la rivista di Luigi Veronelli. Dal 2004 al 2010 ha diretto la Comunicazione sociale e le Campagne per Altromercato, la maggiore organizzazione di commercio equo e solidale italiana per la quale ha fondato il progetto IlCircolodelCibo. Autrice di pubblicazioni su origini e storia dei cibi, è stata tra gli ideatori del progetto t/Terra e libertà/critical wine. Oggi collabora con il Seminario Veronelli. Scrive su Konrad dal 2012 e da ottobre 2015 ne è il direttore.

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