L’altra metà della Palestina

LA TREBISONDA

L’altra metà della Palestina

di CRISTINA ROVERE

Due film e un libro – scritti da donne- raccontano di donne consapevolmente ribelli e dei loro sguardi rivolti al futuro

Negli ultimi anni alcune registe e scrittrici l’hanno hanno affrontato il tema delicato tema della Palestina con piglio nuovo, senza vittimismi, mettendo al centro del racconto donne palestinesi di ogni età.

È uscito qualche mese fa il film “Libere, disobbedienti, innamorate” della regista Maysaloun Hamoud. Il titolo originale del film è “Bar bahar”, cioè “Terra e mare”, un modo di dire che esprime l’essere nel mezzo, né di qua né di là. È stato tradotto in inglese come “In Between” (“Nel mezzo”). Stupisce la traduzione italiana che crea un titolo forse ammiccante, ma fuorviante perché appiattisce il senso del film le cui tre giovani protagoniste si destreggiano tra le contraddizioni. Sono figlie della seconda Intifada, provengono da famiglie profondamente religiose (cristiane e musulmane) e ancorate al passato, ma hanno davanti a sé un futuro tutto da inventare e costruire; sono strattonate da una società patriarcale e misogina, cercano un cambiamento e aspirano alla libertà personale. Ma muoversi tra modelli consolidati e il desiderio di esprimere la propria identità non è mai una cosa semplice e priva di dolore. L’amicizia è il salvagente. Nelle loro diversità si vogliono bene e si accettano, e l’appartamento che condividono a Tel Aviv (città anch’essa non priva di contraddizioni) è il loro palazzo dei desideri, degli affetti e del possibile.

Un palazzo è lo scenario in cui si svolgono le vite di tre sorelle di mezza età e nubili a Ramallah. A “Villa Touma” (2014) della regista Suha Arraf il tempo si è fermato. Fuori la città è cambiata, se non stravolta dalla Storia, la Villa sta decadendo, la società a cui le sorelle appartenevano ormai non esiste più, anche la loro ricchezza si è dissipata. Tuttavia lì dentro tutto si svolge come è sempre stato. La tavola è imbandita con tovaglie ricamate e fini porcellane, i pasti si consumano in silenzio, la domenica si esce per andare in chiesa. Una conchiglia claustrofobica in cui lo scompiglio verrà portato dall’arrivo di una giovane nipote. Cercheranno di farne una di loro. La istruiranno secondo i buoni dettami borghesi, tenteranno invano di accasarla a un bravo ragazzo cristiano, ma i buoni partiti sono davvero partiti, andati lontano da Ramallah, e lei, ingrata, commetterà il fatale errore di innamorarsi di un cantante musulmano nato e cresciuto in un campo profughi. Non svelo il finale del film, ma “Villa Touma” e le tre sorelle assorbiranno anche questo colpo e, come se non fosse mai accaduto nulla, la loro vita riprenderà come prima.

Sempre a Ramallah, in un famoso ristorante, si ritrova periodicamente un gruppo di amiche. Si conoscono da una vita,  hanno lottato, sono state femministe e politicamente impegnate. Nei loro dialoghi la Palestina e la politica in Medio Oriente sono protagonisti, ma per loro è arrivato anche il tempo di parlare di chirurgia estetica e menopausa. Ironia e profondità sono la marca con cui la scrittrice Suad Amiry ha dato vita a queste donne nel libro “Niente sesso in città” (Feltrinelli, 2007). Perché la menopausa è un fatto personale e non privo di lati positivi: “Non si fa più sesso. Che sollievo! (…) Si mangia e si fuma (…) si possono indossare abiti comodi”. Ma nel 2006 Hamas aveva vinto le elezioni e una di loro commenta così: “Devono essere stati 40 anni di occupazione israeliana (…) a provocare la menopausa precoce della Palestina, a trasformare un’intera nazione, rendendola depressa, imprevedibile (…), isterica, a tratti addirittura suicida. Come si spiega, sennò, che la maggioranza dei voti sia andata a Hamas?”

Quando le donne sono amiche di se stesse e delle altre donne diventano una risorsa che può far vacillare i dogmi e i modelli precostituiti.

 

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