L’agricoltura nel nostro piatto

dilemma onnivoro di polaln

– di Simonetta Lorigliola-

Michael Pollan dedica i suoi  libri ad indagare le filiere alimentari per rendere semplice l’accesso ad un cibo sano e piacevole. Per gli americani (e non solo).

Michael Pollan é giornalista e professore all’Università di Berkeley in California. E probabilmente è un gourmet dai gusti meditati. Gli interrogativi possono anche scattare a partire dai sapori e portarci solo dopo alla riflessione etica, economica o ambientale. Senza imperativi categorici tipo: non voglio mangiare cibo delle multinazionali perchè sfruttano i lavoratori oppure non voglio mangiare carne perchè gli allevamenti sono luoghi di tortura. Questi sono ragionamenti legittimi e condivisibili, ma complessi ed ostici per la maggior parte della persone. D’altra parte tutti mangiano e sono dotati di cinque sensi, più o meno allenati. E dal naso sul piatto può nascere la domanda che ti cambia la vita. Perchè il pane precotto dell’ipermercato diventa un bolo indigeribile nello stomaco o, dopo poche ore, una palla di polistirolo nel sacchetto? Perchè le uova delle galline del contadino hanno un buon sapore e quelle acquistate al discount sanno di pesce? Può esistere una connessione cognitiva tra piatto e pensiero. Pollan ne ha scritto, in prosa scorrevole e piacevole, raccontando le filiere della produzione e del consumo – bulimico e sconfinato- negli Stati Uniti, dove la cattiva alimentazione è tra le cause diffuse di diabete, infarto, obesità etc. Un costo per il Sistema Sanitario – vedi recente campagna di Michelle Obama contro le bibite gassate. Il junk food/cibo spazzatura (snack, patatine, dolciumi, merendine, bibite zuccherate etc) è la punta dell’iceberg, ma gran parte delle responsabilità ce l’hanno il consumo quotidiano di carne da allevamenti intensivi, e di carboidrati raffinati, primi tra tutti il mais, onnipresente nei suoi innumerevoli derivati frutto della tecnologia alimentare. Il testo emblematico di Pollan è Il dilemma dell’onnivoro. Gli onnivori siamo noi, i non vegetariani. Così il popolo veggie -soprattutto vegan– ci denomina. Pollan assume il punto di vista di un onnivoro curioso, intelligente, critico, aperto. E parte per il suo viaggio nell’economia alimentare americana. Tutto vale, in piccola scala, anche per noi. Non è un libro dedicato agli Stati Uniti ma ad un modello di produrre e consumare che è, banalità, decisamente globale. Tant’è che Michael Pollan l’anno scorso ricevette proprio in Friuli il Premio Nonino Risit d’aur  (barbatella d’oro), nato nel 1975, da un’idea di Luigi Veronelli condivisa da Mario Soldati, come «premio alla civiltà contadina».

michael pollan

Le filiere indagate sono tre: il cibo industriale, il cibo biologico (a sua volta diviso in biologico industriale e biologico contadino) ed il cibo (utopico) dei cacciatori/raccoglitori. Il racconto è quello di un’esperienza diretta. Pollan va a lavorare per un periodo in campagna, nelle sconfinate e desertiche colture del mais Ogm che alimenterà i manzi dei terribili feedlot, gli allevamenti industriali, da lui poi minuziosamente visitati. O in una fattoria contadina che pratica il bio su buona scala senza diventare industria. O anche nei campi del bio estensivo, da grande distribuzione, in cui quasi non si vede la differenza con quelli di mais di cui sopra. Infine, diventa cercatore di funghi. E persino cacciatore, un cacciatore davvero singolare per la quantità di interrogativi etici – e provocatori- emersi durante «la posta» nel bosco.

Il libro comincia con un cheese burger consumato velocemente, in un’automobile sfrecciante, con la famiglia. Più fast di così. E termina con una cena realizzata con materie prime reperite senza acquistare quasi nulla (funghi raccolti, insalata e legumi dell’orto, maiale selvatico cacciato, pane con lievito madre e vino locale), cucinando per una giornata, e consumata con gli amici in una lunga serata estiva. Slow più che mai. Che dire di questi due estremi? Dopo averne indagato i risvolti produttivi Pollan conclude: «Diamo per vero il fatto che non siano sostenibili (…) dovremmo procedere come farebbe un sociologo serio (..): respingerli come anomalie, separate dalla vita vera (…) o meglio conservarle sotto forma di cerimonie». Da McDonald si va una volta l’anno, al limite, solo «come Ringraziamento al contrario». E il resto dell’anno? «Oggi l’economia totale, la cui capacità di inglobare in sè ogni sfida è incredibile, è a buon punto nel suo tentativo di trasformare il biologico da movimento di protesta in un’industria, in un marchio come tanti al supermercato (…) il cibo locale invece, al contrario del bio, deve per forza basarsi su un altro tipo di economia e non solo di agricoltura: deve instaurare nuove relazioni commerciali e sociali, oltre che ambientali» ed aggiunge: «ovviamente il fatto che un alimento sia coltivato in loco non implica necessariamente che sia biologico o sostenibile». E qui pensiamo alla retorica intorno al km zero di cui ormai si è appropriata la grande distribuzione. Però c’è la via d’uscita: «Nulla vieta a un piccolo produttore di usare pesticidi o di maltrattare gli animali, se può sostenere lo sguardo indagatore e il passaparola dei clienti. Al posto di leggere le etichette, il consumatore localista osserva la fattoria, o guarda il contadino fisso negli occhi prima di chiedergli come coltiva la terra o alleva gli animali». Difficile? Faticoso? Se Pollan lo dice possibile negli States non sarà certo chimerico nei nostri spazi, così ridotti e confinati. E poi «gran parte dell’attrazione esercitata dal cibo industriale sta nella comodità: è un sistema che solleva gli indaffarati cittadini dalla preparazione degli alimenti, delegandola ad altri» e anche dalla loro scelta, si potrebbe aggiungere. Ma la scelta è l’atto con cui si esercita la propria libertà. Anche quella di andare in campagna a fare la spesa. Guardando negli occhi il contadino.

Buona lettura. E, naturalmente, buona spesa.

 

Simonetta Lorigliola

 

Michael Pollan

Il dilemma dell’onnivoro

Adelphi 2008

14 euro

Scritto da simonetta lorigliola

simonetta lorigliola

Simonetta Lorigliola, studi filosofici, è giornalista e vive e lavora a Trieste.
ha collaborato con "EV. Vini. Cibi Intelligenze", la rivista di Luigi Veronelli. Dal 2004 al 2010 ha diretto la Comunicazione sociale e le Campagne per Altromercato, la maggiore organizzazione di commercio equo e solidale italiana per la quale ha fondato il progetto IlCircolodelCibo. Autrice di pubblicazioni su origini e storia, ha recentemente pubblicato "È un vino paesaggio" (DeriveApprodi, Roma, 2017) È stata tra gli ideatori del progetto "t/Terra e libertà/critical wine" che ha organizzato decine di eventi in tutta Italia. Oggi collabora con il Seminario Veronelli. Scrive su Konrad dal 2012 e da ottobre 2015 ne è la direttrice.

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