La mula de Trieste

La ragazza sulla scogliera di Nino Spagnoli

– di Fabiana Salvador –

Estate. Per tanti triestini sinonimo di Barcola, con il suo lungomare. Un monumento bronzeo sullo squero del Cedas, subito dopo la Pineta in direzione Sistiana, è stato inaugurato nel giugno 2005: l’ultima opera dello scultore triestino Nino Spagnoli, voluta dall’Agenzia di informazione e accoglienza turistica, finanziata dalla Fondazione CRTrieste. Una collocazione che permette ai fotografi di inquadrare sullo sfondo Miramare o il Faro della Vittoria o l’intero Golfo. A very attractive touristic object, dunque.
Raffigura una ragazza che si sta spogliando per immergersi nell’acqua. Un nudo e il suo drappeggio velato, aderente, controvento. La parte completamente svestita, il verso della figura, rivolta con spontaneo riguardo al mare. 220 centimetri d’altezza, un fisico slanciato e tornito, grosse code, seni appena accennati, le mani dietro il collo, i gomiti simmetrici sollevati, le gambe veristicamente un po’ a ics. Ben salda nella sua posizione.

Arte2Da subito paragonata all’esile Sirenetta di Copenaghen, opera di Edward Eriksen, dal 1913 seduta su uno scoglio in prossimità del Palazzo reale di Amalienborg. È un omaggio alla “Mula de Trieste”, questo il titolo dato all’opera. Mula, come è noto, nel senso di ibrido, incrocio di più etnie, per la storica compresenza di culture diverse in città, origine della proverbiale bellezza delle triestine. O meglio, del loro particolare temperamento, di cui si parla in tanta somma letteratura, a partire da Svevo.
Sul quotidiano locale “Il Piccolo”, nell’aprile del 2001, di fronte al bozzetto in gesso, la discussione si fa politica e poco inerente l’opera artistica. Alla descrizione del “viso chiaro austro-slavo”, viene chiesto di aggiungere “che denota una finezza italica”, per non tralasciare la fisionomia italiana di una “città con tradizioni mitteleuropee”.
Il nome Giulia, data alla statua, risulta invece soddisfacente a chi vi riscontra un richiamo all’antica gens romana Julia da cui è stato tratto il nome dato al territorio dopo la Prima guerra mondiale. La punta più alta del dibattito, che prosegue pubblicamente, si concentra sul tema della nudità del soggetto, e in particolare sul sedere in mostra, passibile secondo alcuni di atti vandalici. “Non ci vuole grande immaginazione per fare previsione sul tipo di dileggio e di scherzi che tale opera potrà subire”, suggerirà un allora Consigliere comunale. Qualche anno fa, la statua è stata oggetto di un’attenzione particolare. Sui capelli, come copricapo, le è stato sistemato un cono bianco e rosso di quelli che si usano come divisori stradali. Sembrava una mascherina carnevalesca, una fatina, questa ragazzina difficilmente definibile “donna in potenza”. Il cono è stato rimosso con facilità senza rilevare danni.
Spagnoli avrebbe voluto collocarla a due passi da Miramare, davanti allo stabilimento balneare Sticco, nella Riserva naturale marina. Le trattative con il Comune di Trieste erano iniziate nel 1996, ma a farsi successivamente carico dell’iniziativa era stata la Società Triestina Conottieri Adria 1877. L’inaugurazione, prevista per il 2003, è slittata di due anni, variando in ultimo anche la destinazione.
L’opera ha tuttavia una storia più lunga. Nel 1988 Spagnoli l’aveva proposta come Mamola de Grado, da erigersi sul molo o sugli scogli della passeggiata a mare, vicino alla casa del poeta gradese Biagio Marin. Nel 1991 si sarebbe celebrato il centenario dalla sua nascita. Il progetto non andò a buon fine.
Ma era stata realizzata ben prima, nel 1957, per il centro di una fontana monumentale a Caracas. L’artista, infatti, visse in Venezuela cinque anni, uno dei periodi più fecondi della sua vita. Era andato a cercar fortuna.
Non deve sorprendere. La stessa opera, o quasi, riproposta a distanza di cinquant’anni. Denota una certa versatilità e soprattutto un particolare affetto del suo autore. E’ un’opera che ha riscontrato successo, in cui Spagnoli ha creduto, a cui sono legati chissà quali ricordi. Un’opera della gioventù, un’opera che si vorrebbe senza tempo. Ed è vicina all’ultimo lavoro realizzato a Trieste prima della partenza per il Sud America, ovvero la statua raffigurante l’ingenua lotta di una bambina con un cigno, per il laghetto del Giardino pubblico Muzio de Tommasini, inaugurata nel 1956. Lo stesso stile, per non parlare dell’acconciatura con le codine, che dovette sembrare plasticamente molto interessante all’artista, tanto da riproporla in un soggetto un po’ più maturo.
La mula de Trieste, un’opera non proprio d’avanguardia oggi come allora, che custodisce la storia intera di un artista, fra nostalgie e amor della sua terra. Un monumento che racconta Trieste, com’era e, in parte, com’è.

Scritto da fabiana salvador

fabiana salvador

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