Kyushojitsu

Semplificando molto, le arti marziali giapponesi hanno una doppia nomenclatura, ogni arte marziale storica (koryu) con il suffisso jitsu ha una corrispondente moderna (gendai budo) in do: jujitsu e judo, kenjitsu e kendo, iaijitsu e iaido … tutte ? Beh, no, quasi tutte.

Il kyushojitsu rimane tale ancora oggi: come mai ? Vediamo innanzitutto di che si tratta.

Se, indipendentemente dall’arte marziale che pratichiamo, vogliamo cercare un metodo affinché le nostre tecniche siano più efficaci possiamo studiare la fisiologia del corpo umano, vedere i suoi punti di forza e quelli più deboli; per esempio, possiamo studiare le articolazioni per portare delle leve (dette appunto articolari) che ci permettano di bloccare il nostro avversario, impedendogli ogni via di fuga, impiegando meno forza.

Studiando il corpo umano secondo i principi della medicina cinese tradizionale (digitopressione o agopuntura su base energetica di origine taoista, non la loro trasposizione occidentale su base riflessologica) potremmo scoprire che degli oltre trecento punti che queste discipline prevedono, ce ne sono un centinaio che possono servire al marzialista; sono quasi tutti punti particolari afferenti al sistema nervoso periferico, nervi cranici e spinali, che, attraverso uno stimolo doloroso possono indebolire la resistenza muscolare del nostro avversario o, addirittura, causarne lo svenimento immediato.

I meridiani lungo i quali si trovano i punti della medicina cinese

I meridiani lungo i quali si trovano i punti della medicina cinese

Questi punti sono distribuiti su tutto il corpo (testa, collo, tronco, braccia e gambe), vanno stimolati in modi diversi (per pressione, strofinamento o percussione) ed ognuno nella sua giusta direzione; il più noto di essi si trova al lato della mandibola ed è quello che può facilmente mandare al tappeto il pugile strovveduto che non è riuscito a proteggerlo.

Risulta quindi evidente, per quanto da sempre esposto in questa serie di articoli, che questo tipo di conoscenza non possa portare alla crescita ed al miglioramento personale ma solo all’efficacia tecnica contro un avverrsario, quindi non potrà mai diventare kyusho-do.

Data l’efficacia della loro applicazione e per evitare il loro potenziale abuso, tradizionalmente, queste tecniche vengono insegnate da un maestro solamente all’allievo seguito da almeno dieci o quindici anni, oppure ad una persona di età superiore ai quaranta.

Personalmente ho studiato queste tecniche con insegnanti provenienti dalla Cina (dove vengono chiamate Dim Mak), dall’Inghilterra e dagli USA, sono molto ben nascoste nei kata del karate (per questo differiscono così tanto dalla pratica corrente e da quella sportiva) ma si possono sviluppare anche nel jujitsu ed in ogni arte marziale, anche armata.

Non illudetevi, però, che imparando queste tecniche si possa diventare invincibili, un robusto scaricatore portuale ben determinato a nuocervi si farà un baffo della vostra conoscenza se slegata da un contesto marziale efficace: il kyusho serve a potenziare le tecniche che già conoscete, diversamente vi darebbe soltanto una controproducente e pericolosa falsa sicurezza.

Mi sento inoltre in obbligo di avvisare, chi fosse interessato a questo genere di studio, che percorrere questi sentieri con la mentalità dell’apprendista stregone è molto pericoloso: conosco personalmente autorevoli insegnanti che hanno pagato con la propria salute la mancanza di uno studio prudente, conosco degli allievi sciocchi che per mostrare alla moglie quanto avessero imparato l’hanno mandata al pronto soccorso ed io stesso ho dovuto interrompere una giornata di studio perché ero stato portato fuori equilibrio energetico. In questi casi la parola d’ordine è prudenza, moltissima prudenza.

Scritto da muzio bobbio

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