Jobs Act: una goccia in un mare in burrasca

di Simonetta Marenzi

Tutti conosciamo l’articolo 1 de i “Principi Fondamentali” della Costituzione: L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro; tuttavia il completamento al senso di questo principio lo troviamo negli articoli  3 e 4 del medesimo testo. Art.3:Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese. Art.4 : La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società. Se l’art 1 è il presupposto di base, gli articoli 3 e 4 ne definiscono i principi e le finalità: il diritto-dovere di lavorare secondo le proprie possibilità e la propria scelta, svolgendo una attività o funzione che concorra al progresso materiale o spirituale (culturale) della società.  La Costituzione è un testo bellissimo ed illuminato, nella sua semplicità e completezza, che va letto cercando di capire finalità ed intenti che ne stanno alla base. Questa premessa serve per soffermarsi nella diatriba relativa all’ormai famoso Jobs Act.  I punti in discussione riguardano il reintegro in caso di licenziamento, l’eventuale demansionamento collegato alle necessità aziendali e la possibilità di controllo a distanza. I pareri contrari al Jobs Act  evidenziano la riduzione delle tutele a favore dei lavoratori, i pareri favorevoli sostengono che minori vincoli permettono una gestione più flessibile per l’imprenditore e, di conseguenza, maggiore possibilità di assuzione. Entrambe le posizioni sono corrette e vere perchè ragionano su una contrapposizione di interessi tra lavoratori ed imprenditori alimentando così, da parte di entrambe le categorie,  il desiderio di trarre vantaggio unilaterale con il sostegno e garanzia della legge, anche quando i tempi e le condizioni economiche globali sono avversi.  In questo modo si alimenta la competizione tra gli attori sociali, che cercheranno di garantire la propria posizione anche a scapito di quella dell’altro, non si fanno quelle riforme strutturali necessarie per ridare vigore all’economia, ma soprattutto la vita giuridica e culturale diventano dipendenti dalla vita economica. A frenare la ripresa dell’economia Italiana, nel contesto globale, sono la burocrazia, cavillosa e dai tempi lunghi ed incerti, l’incidenza del cuneo fiscale sul bilancio delle imprese, gli scarsi investimenti nella ricerca ed innovazione, l’intreccio tra il mondo degli affari e quello della politica, per reciproco vantaggio ma a discapito del bilancio dello Stato e della libera concorrenza,  e la malaugurata convinzione che il Pil sia indice di benessere senza distinzione tra attività private che creano costi pubblici ed attività che invece creano benefici, e senza distinzione tra prezzo e valore. Leggi che regolano possibilità di reintegro,  controllo a distanza e  demansionamento sono strumenti che servono a imprenditori o lavoratori che sono privi del senso di co-responsabilità, che non sono disposti al dialogo interaziendale ed intersociale, e che hanno una rigidità egocentrica basata sul proprio tornaconto personale. Ci sono, sono diffusi da ambo i lati del mondo economico,  e finchè ci saranno sono necessari decreti che ne regolano i rispettivi limiti ben sapendo però che non aiuteranno la ripresa dell’economia. La chiave di lettura sulla direzione da seguire la troviamo negli art. 3 e 4, e le parole che saltano in evidenza sono:  libertà e l’eguaglianza dei cittadini,  sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese, svolgere un’attività o funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società. Viene cioè data una connotazione, un fine ed un intento preciso all’attività lavorativa ed economica italiana. La domande  da porsi, in base ai principi della Costituzione, per rispondere ai problemi connessi alla questione sociale odierna sono: quali condizioni vanno create in ambito culturale e giuridico affinchè possano sorgere condizioni economiche che rispondano alle esigenze di una vita degna per tutti? Quali capacità umane vanno coltivate per favorire una struttura sociale  priva dei danni che vediamo oggi? Come far sì che ognuno possa lavorare, per il bene collettivo, in base ai propri talenti e capacità anziché costringerlo, per pura sopravvivenza a svolgere un lavoro-attività dis-prezzato? Quali interventi giuridici possono favorire il dialogo tra le parti sociali? Il cambiamento non può essere indotto con la forza di decreti, ma attraverso una scelta consapevole, corresponsabile e co-partecipata.

 

 

 

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