Je suis Charlie. Ma non basta. 

– di Dario Predonzan –

La reazione a caldo dopo i fatti di Parigi, comprensibile, condivisibile e incoraggiante per le sorti della libertà nel mondo, merita qualche riflessione. A cominciare dalla speranza che i milioni di voci che gridavano “je suis Charlie” non facciano la fine dell’ondata di tweet “bring back our girls” dopo il rapimento di trecento ragazze in Nigeria da parte di Boko Haram (le ragazze sono ancora nelle mani dei terroristi).

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Alcuni politici – poco credibili in tema di libertà – hanno promosso manifestazioni a favore di Charlie Hebdo per evidente opportunismo politico-mediatico. Ipocriti? Senz’altro ma, per dirla con La Rochefoucauld, in fondo l’ipocrisia è un omaggio che il vizio rende alla virtù … I Le Pen padre e figlia si sono dissociati però (coerentemente, dal loro punto di vista) e questa è una buona notizia, perché aiuta a fare chiarezza. I fascisti del resto non potevano marciare in difesa di un giornale “anarchico e trotzkista”, né possono certo ergersi a paladini della libertà di espressione.

La difesa della libertà contro i fanatici islamisti non ha infatti nulla a che spartire con i programmi di chi chiede il ripristino della pena di morte, chiama alle armi per lo “scontro di civiltà” contro il mondo islamico, blatera (Salvini dixit) di “milioni di mussulmani pronti a sgozzarci” e in questo modo fa il miglior regalo agli stessi terroristi che dice di voler combattere.

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Se sono in gioco – e senza dubbio lo sono – i valori fondamentali delle società democratiche (quelli sanciti nella Carta delle Nazioni Unite, figli della Rivoluzione Francese del 1789), va detto che i nemici di questi valori stanno crescendo di numero da molti anni, anche grazie agli errori dei politici che gridano “je suis Charlie”.

E’ chiaro che nessun dialogo sarà mai possibile con chi massacra indiscriminatamente i civili, in primis i mussulmani considerati “eretici” o troppo moderati o “corrotti”, e propugna la conquista violenta del mondo intero per applicarvi la shari’ah.  Verso l’ISIS (o IS) e Al-Qaida, come verso i nazisti ed i loro alleati a suo tempo, l’unica risposta possibile è perciò quella militare e di polizia.

Con intelligenza e lungimiranza, però. Quelle di cui non hanno certo dato prova USA e URSS/Russia, ad esempio, in Afghanistan, come in Cecenia e in Irak. Né l’Europa dopo le “primavere arabe”.

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Contro la minaccia integralista un ruolo fondamentale spetta certo alle società civili dei Paesi a maggioranza mussulmana, nei quali non si è ancora compiuto il processo di secolarizzazione – in primis la fondamentale separazione tra sfera religiosa e sfera politica – che caratterizza invece da qualche secolo l’occidente. Società civili che andrebbero sostenute e appoggiate, senza secondi fini egemonici o economici.

Occorre anche molta attenzione e meno ingenuità “buonista”, specialmente in Europa, nelle politiche di integrazione ispirate agli ideali del multiculturalismo. Non tutte le culture sono integrabili, né tutte vogliono essere integrate. Soprattutto, non sono compatibili con la democrazia e con la convivenza civile le culture – cioè le persone e le organizzazioni – che non rispettano la Carta delle Nazioni Unite.

Infine, una riflessione sul piano politico generale. Il fondamentalismo islamico esiste da secoli, ma è diventato sempre più aggressivo perché è stato incentivato dai gravi errori strategici delle principali potenze e foraggiato dai petrodollari di troppe monarchie “moderate” del Medio Oriente.

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Per decenni USA, URSS/Russia e i principali Paesi europei hanno sostenuto infatti regimi autoritari e corrotti, spesso sanguinari, nei Paesi mussulmani, combattendo per loro tramite alcuni episodi fondamentali della Guerra Fredda prima e di quella per il controllo delle risorse energetiche poi.

Dittature come quelle degli Assad, di Saddam Hussein, di Gheddafi e monarchie medievali spacciate per “moderate”, come quelle dell’Arabia Saudita, del Qatar e del Kuwait, si sono riempite di petrodollari, di armi e tecnologie militari (americane, europee e russe). Oggi alcuni di questi Paesi svolgono un ruolo di rilievo negli equilibri geostrategici mondiali, anche mediante il sostegno, economico, militare e politico ai movimenti fondamentalisti islamici in tutto il mondo mussulmano (dalla Nigeria al Sudan, al Pakistan, all’Europa).

Non è ancora troppo tardi, forse, per una svolta nella politica estera ed in quella energetica, che permetta in primo luogo all’Europa di uscire dal vicolo cieco di una dipendenza economica e finanziaria che la mette nelle mani proprio di chi le fa la guerra per interposti terroristi.

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