Il mondo su un podio

Primo, secondo e terzo mondo secondo il concetto di “sviluppo”

– di Eleonora Molea-

Ormai ci siamo abituati a definire i paesi dell’Africa o dell’America Latina “Terzo Mondo” o addirittura “Quarto”, oppure “Sottosviluppati” e “In via di Sviluppo”. Abbiamo messo i paesi del Mondo su un podio. Con quale parametro?

Dal secondo dopo guerra la NATO e l’Unione Sovietica si distinsero in due blocchi contrapposti, a rappresentare rispettivamente uno il mondo occidentale e l’altro quello orientale, inizialmente senza alcuna gerarchia. Ma un gran numero di paesi non rientrava in queste due categorie e si dovette pensare pertanto a ridefinire il mondo secondo una nuova classificazione, oltre ai limiti geografici, che rispettasse piuttosto indicatori politico-economici. Nacque l’idea di assegnare i posti su un podio: in cima, il primo mondo per il capitalismo industrializzato dell’Europa occidentale, USA, Canada, Giappone, Australia e Nuova Zelanda; secondo per le industrie dei paesi comunisti e socialisti; terzo dapprima per i paesi “non allineati” e poi per lo più per le ex colonie del sud del mondo. Ma un “quarto mondo” emerse presto dalle disparità mondiali nell’avanzare imperterrito del progresso ad indicare i paesi più poveri.

Con la fine della Guerra Fredda, sparito il “secondo mondo”, le potenze mondiali crearono un’ulteriore “graduatoria” tra i vari paesi, in base al concetto di sviluppo. Gli indicatori statistici dello sviluppo però vennero applicati secondo paradigmi tipici dell’economia liberale e della crescita in termini di PIL pro capite, sebbene in strutture e territori differenti e distanti. Alla condizione di paese “sviluppato” nell’immaginario comune occidentale venne associata anche un’idea di adeguatezza socio-culturale. La dicotomia tra paesi sviluppati e sottosviluppati venne parzialmente arginata con l’introduzione del concetto di Paesi in Via di Sviluppo: come se vi fosse un unico vertice di progresso verso cui tutte le società si muovono parallelamente sebbene con la propria traiettoria.

Possono riuscire certi popoli a raggiungere i paesi avanzati lungo il cammino dello sviluppo? La problematica dello sviluppo è più sociale e culturale che non economica? Lo sviluppo può essere sostenibile o ciò è incompatibile col progresso economico? Può essere eticamente giusto barattare lo sviluppo con la perdita della propria cultura?

Secondo l’economista e filosofo Serge Latouchesi è sempre di fronte a slogan e ideologie che servono a legittimare la volontà e l’azione egemonica dell’Occidente”. Egli suggerisce che il concetto di sviluppo, inteso come progresso, universalismo e controllo della natura, mascheri il proseguimento della colonizzazione e che esso sia “l’occidentalizzazione del mondo”. Nel 1949, nel discorso di insediamento alla presidenza, Harry Truman propose un programma per il miglioramento delle aree sottosviluppate. Il capitalismo statunitense si è sempre prodigato per essere la soluzione paternalistica ed umanitaria per quelle Nazioni che vivevano sotto la soglia della povertà, prive di tecnologie adatte al miglioramento delle condizioni di vita. Questa partecipazione però è stata messa in discussione dal modello dello scambio ineguale elaborato da Arghiri Emmanuel e da Samir Amim negli anni Settanta, per cui l’analisi dello sviluppo si differenzia tra centro e periferia, dove per “periferia” sono considerati i paesi meno sviluppati i quali, però, trasferiscono le loro risorse verso il centro che le incorpora, senza che mai si possa arrivare all’inversione. Il sottosviluppo si presenta con maggiore frequenza dove è stata sperimentata l’esperienza coloniale, e in luoghi dove un tempo le comunità godevano di prosperità demografica e agricola.

Il 13 aprile scorso è mancato un grande scrittore, l’uruguayano Eduardo Galeano. Fondamentale la lettura de “Le vene aperte dell’America Latina” (Ed. Pickwick, 2013). Scriveva nel 1970: “Paesi specializzati nel guadagnare e paesi specializzati nel rimetterci: ecco il significato della divisione internazionale del lavoro. L’America Latina si è specializzata nel rimetterci fin dai lontani tempi in cui gli europei del Rinascimento si sono lanciati attraverso i mari per azzannarle alla gola.”

Le vene aperte dell’America Latina, e di altri paesi ex coloniali, sono le materie prime (petrolio, ferro, rame, argento,litio, carne, frutta, caffè, cacao…) destinate ai paesi ricchi che guadagnano, consumandole, molto più di quanto si guadagni producendole, secondo le regole del libero commercio che permette che le imposte riscosse dai compratori siano molto più alte dei prezzi pagati ai venditori. Se c’è davvero una graduatoria, una competizione tra i paesi del mondo, allora l’arretratezza e la miseria dei paesi “sottosviluppati” sono solo il risultato del fallimento, rispetto alla vittoria altrui. Senza un perdente però non ci sarebbe un vincitore. Perché la forza del sistema imperialistico si basa sulla necessaria disuguaglianza delle parti che lo formano.

Perché non chiamiamo i paesi con il loro nome d’ora in poi senza generalizzazioni e dandogli il valore che meritano, mettendoli tutti sullo stesso piano?

Il mondo su un podio

Scritto da eleonora molea

Archeo-antropologa con la passione per il Carso quanto per le Ande, cittadina del mondo, attenta e consapevole alle piccole azioni quotidiane. Ha a cuore il rispetto della Natura e delle tradizioni locali in un’ottica di decrescita felice, chiavi di volta per un "buen vivir" sociale.
Si occupa di comunicazione, della valorizzazione del patrimonio culturale, della salvaguardia dell’ambiente e di tutte le buone pratiche che aiutano a coltivare un'ecologia anche mentale e un benessere psicosomatico.

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