I nostri occhi

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Gli occhi sono lo strumento che l’uomo ha sempre impiegato per scrutare il cielo, ma, dopo 400 anni di osservazioni con gli strumenti ottici, la ricerca scientifica ha praticamente esaurito la sua ricerca in questo campo.

Oggi, i professionisti si dedicano ad osservare con altri strumenti ed in altre zone dello spettro elettromagnetico (come abbiamo visto nella scorsa puntata) lasciando agli astrofili il piacere emozionale dell’osservazione e quello di “spigolare” gli ultimi frutti del campo stellato.

Anche allora, l’uomo era consapevole che, come ogni strumento, anche l’occhio ha delle caratteristiche peculiari che vanno rispettate per dare il miglior risultato.

L’evoluzione ci ha donato uno strumento moto complesso che contiene diverse strutture; come in una macchina fotografica abbiamo un obiettivo (cornea, camera anteriore e cristallino), un diaframma (l’iride, che varia le dimensioni della pupilla) ed un sensore chimico che chiamiamo retina, composta a sua volta di due tipi di recettori.

Di giorno (visione fotopica) usiamo quasi esclusivamente la parte centrale dell’occhio dove sono densamente concentrati i coni; ce ne sono di 3 tipi (che ci permettono la visione a colori) che sono rappresentati con l’area verde nella grafica a destra.

Diversamente, la notte (visione scotopica) usiamo i bastoncelli, distribuiti molto diversamente (aree grige nella grafica) che ci permettono la sola visione in bianco e nero ma sono migliaia di volte più sensibili.

Nel passaggio tra una condizione e l’altra abbiamo la visione mesopica, in cui sono attivi entrambi i recettori e l’occhio richiama specifiche sostanze chimiche per acuire la sensibilità dei bastoncelli; è importante ricordare che questo passaggio non avviene in meno di 20-30 minuti.

A complicare questa situazione, nel punto in cui il nervo ottico attraversa la parete posteriore dell’occhio, non abbiamo alcun recettore (la macchia cieca, rappresentata con la fascia bianca nell’area grigia inferiore) ma il nostro cervello ci impedisce di accorgercene riempiendo “il buco” in modo autonomo.

Una volta intuitivamente, oggi scientificamente grazie a queste conoscienza, l’uomo ha creato alcune tecniche (chiamatele pure trucchi o astuzie) per migliorare la propria visione nell’oscurità e quindi la possibilità di osservare oggetti debolissimi, al limite dei nostri strumenti ottici.

Se, anche ad occhio nudo, noi puntiamo direttamente l’oggetto che desideriamo osservare, la sua immagine cade nella fovea, la piccola area centrale priva di bastoncelli, dove possiamo vedere soltanto oggetti relativamente luminosi come le stelle ed i pianeti, ma non quelli del cielo profondo, deboli, come le galassie e le nebulose.

Se noi invece guardiamo di lato (aprossimativamente 15-20 gradi) oppure ruotiamo il nostro sguardo attorno al punto di osservazione, facciamo cadere l’immagine nel punto di massima sensibilità scotopica dell’occhio, ma non di troppo, altrimenti cadiamo in una zona meno sensibile quando non, addirittura, nella macchia cieca; questa è chiamata “visione distolta”.

Ci sono anche altre tecniche, come quella che consiste nel tenere gli occhi chiusi per alcuni secondi (durante i quali l’occhio si rilassa e la pupilla raggiunde la sua massima dimensione), aprirli per circa mezzo secondo ed osservare prima che l’occhio si adatti alla nuova condizione di luce.

Di tecniche ne esistono altre, talune utilizzabili soltanto al telescopio, specifiche per diverse tipologie di oggetti celesti ma le esamineremo con calma al momento opportuno.

Scritto da muzio bobbio

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