Hsing I Chuan

 

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di Muzio Bobbio

La disciplina che oggi andiamo ad analizzare appartenente al gruppo delle tre più note nei jia (arti marziali interne) ed è, fra queste, quella più dinamica ma probabilmenete la meno conosciuta in occidente.

Hsing i chuan (o Xingyiquan) significa letteralmente “pugno di forma ed intenzione” e, come per la maggior parte di tutte le arti marziali cinesi, vengono riportate diverse leggende (almeno quattro) inerenti la sua origine, una delle quali (come al solito) attribuita a Tamo (Damo) più noto con il suo nome originale indiano di Bodhidharma.

Fra le varie, la più antica (spiegheremo meglio in seguito) è quella attribuita al generale Yue Fei, personaggio storico ed eroe nazionale cinese; simbolo di astuzia e coraggio militare, rettitudine e fedeltà, nacque nel 1103 e morì per mano del boia, a seguito di una falsa denuncia di tradimento (probabilmente per gelosia politica) all’età di soli 39 anni.

L’impostazione principale del corpo è chiamata san ti shi, ed è, a differenza del pa qua chang, molto più frontale, con il peso portato principalmente sulla ganba posteriore, la mano avanzata quasi tesa all’altezza della spalla mentre quella arretrata viene posta in posizione di difesa all’altezza del dan tian (anche dan tien, tanden in giapponese, più o meno il secondo chakra, poco sotto l’ombelico).

L’allenamento si basa sia su forme a solo (combattimento immaginario contro uno o più avversari, come i kata giapponesi) chiamate taolu sia su forme in coppia dette duilian (kumigata per i giapponesi), ma, essendo un’arte marziale completa, prevede anche lo studio di una decina di armi tradizionali.

In circa 900 anni di esistenza, dalla sorgente principale di sono diffusi innumerevoli rivoli: proviamo ad enumerarne qualcuno; le tre principali suddivisioni sono lo stile della regione dello Shanxi e quello dello Hebei (area confinanti nel nord del paese) che condividono la struttura di base e che sono quindi piuttosto simili fra loro, mentre quello della regione di Henan (più centrale e confinante a sud delle prime due) è da considerare più spiccatamente dei precedenti fra quelle imitative, difatti si appoggia al metodo detto “dei dieci animali” (alcune scuole ne considerano sino a dodici).

Parlando di stili legati ai nomi (o meglio, ai cognomi) di vari maestri abbiamo lo stile Ji (XVII secolo) che si ritiene sia quello più simile all’originario: si narra che Ji Ji Ke (conosciuto anche come Ji Long Feng) un praticante di kung fu proveniente dalla provincia dello Shanxi, scoperse, presso il muro diroccato di un tempio sul monte Zhong Nan, un testo che conteneva tecniche marziali derivate dall’imitazione di animaliche che fu attribuito proprio a Yue Fei.

Queste descrizioni sembrano essere antitetiche: sono da considerarsi maggiormente imitativi quegli stili legati alla regione dello Shangxi o quelli provenienti dallo Henan? Ogni maestro racconta la storia che gli è stata tramandata, ma, sotto al grande intreccio delle influenze reciproche, la verità rimarrà probabilmente celata per sempre.

Ci sono ancora lo stile Song appartenente al filone Shanxi e quello Liu afferente a quello Hebei, allo Henan appartengono gli stili Ma e Mai ma esistono anche altri meno classificabili come il Dai ed il Sun.

Non conosco nessun insegnante della nostra regione che proponga questo antico insegnamento ma ci sono alcuni maestri cinesi in Italia che propongono ancora lo Hsing i chuan, una breve ricerca in rete potrà aiutare i più curiosi.

Scritto da muzio bobbio

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