Guido il flâneur di Polignano  a mare

di Stefano Crisafulli

Aprire spazi di poesia sul deserto dell’immaginazione

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Diffondere la poesia e la filosofia, in un posto turistico e già bello di suo come Polignano a Mare, in Puglia. È questo il compito che si è dato Guido il Flâneur: sotto frammenti di frasi e strofe di poesie altrui, la sua firma inconfondibile rende la sua opera (perché si tratta di una vera e propria azione artistica, checché ne dica il suo autore) ancora più interessante e misteriosa. Chi è – si chiedono i passanti – Guido il Flâneur? Esiste davvero o è uno pseudonimo? Diciamo subito che il signor Guido esiste davvero, vive a Polignano e io l’ho incontrato. Ma solo per caso, anche se, come ben sappiamo, la casualità, per Jung, è solo un altro nome della sincronicità.

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Quel che è certo è che i suoi interventi non passano inosservati: perdendosi nel dedalo di viuzze del centro storico di Polignano si arriva presto a uno dei tanti belvedere che si aprono sul mare e che attirano, giustamente, frotte di turisti. Da lì si scorgono sui portelli del gas, sui portoni anonimi e anche sui gradini, frasi di filosofi o versi di poeti, scritti in corsivo: si va da Violeta Parra (“Gracias a la vida, que me a dado tanto”) a Alda Merini (“La casa della poesia non avrà mai porte”), sino a Lao Tse (“Il silenzio è il grande rivelatore”), ma ci sono anche Leopardi, Edgar Lee Masters, Adorno, Mark Twain e Neruda. Il signor Guido, però, lo scrive chiaramente e ce lo ribadisce di persona: non si sente un poeta (“non ne ho i requisiti”) e nemmeno un artista, si autodefinisce un flâneur. Del resto i versi e i pensieri citati non sono suoi: prendendoli a prestito vuole solo diffonderli perché è convinto che, parafrasando Cervantes e Borges, “le pagine lette inorgogliscono più di quelle scritte”.

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Bisogna partire, allora, da quella sua autodefinizione: Guido il flâneur. Chi è un flâneur? Nell’Ottocento, secondo la descrizione che ne fanno Baudelaire prima e Benjamin poi, era un gentiluomo vagabondo che girava per le strade della sua città (Parigi, ça va sans dire) con uno sguardo curioso, come un turista perenne, scoprendo casualmente angoli nascosti o poco valorizzati e perdendosi volontariamente nelle vie del centro. Un vagabondaggio consapevole, dunque. Ma, in questo caso, nel 2016, il flâneur di Polignano vuole anche lasciare un segno del suo passaggio, nel modo che abbiamo già descritto. Ottenendo così due importanti risultati: che quei luoghi anonimi, sui quali campeggiano i versi o i pensieri altrui, divengano meno anonimi agli occhi dei turisti e di chi vive e abita a Polignano, e che quei versi e quei pensieri vengano letti e forse ricordati, migliorando così sia i luoghi che le persone. E aprendo spazi di poesia sul deserto dell’immaginazione.

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