Grand Budapest Hotel

– di Gianni Ursini –

Il cinema contro l’intolleranza e il razzismo

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Confesso di non aver mai letto nulla dello scrittore austriaco Stefan Zweig (1881-1942) al quale il regista e sceneggiatore di Grand Budapest Hotel Wes Anderson dice di essersi ispirato, ed ho fatto male. Tutti i suoi libri furono bruciati dai nazisti in Germania nel 1933, e lui fu costretto all’esilio in Inghilterra. Comunque non è troppo tardi per rimediare. Intanto posso parlare benissimo di Grand Budapest Hotel, un film che mi ha veramente entusiasmato e commosso per il suo impegno sociale e la sua carica pacifista ed antirazzista.

Prodotto da Gran Bretagna e Germania, colpisce a fondo lo spettatore, nonostante sia stato girato con toni lievi e surreali, quasi una fiaba moderna in bilico tra la nostalgia della Belle Epoque e l’avvento delle dittature totalitarie europee. È composto da flashback che si incastrano fra loro in un gioco di scatole cinesi. Inizia con una ragazza che in un parco abbandonato coperto di neve va a depositare la chiave dell’albergo in cui presumibilmente lavora sul monumento allo scrittore autore del celebre romanzo Grand Hotel Budapest. Un salto temporale ci mostra lo scrittore all’interno di un documentario degli anni Ottanta in cui racconta come giunse a scrivere il suo capolavoro. Successivamente siamo catapultati nel 1968, quando tra le montagne dell’immaginaria Repubblica di Zubrowka situata nell’Europa centrale, si trova il Grand Budapest Hotel, un albergo un tempo molto prestigioso e ora decaduto.

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Qui lo scrittore fa la conoscenza del padrone del Grand Budapest, un vecchio di nome Zero Moustafa (F. Murray Abraham) che lo invita a cena con la promessa di raccontargli la sua storia. A questo punto inizia il film vero e proprio, ambientato nel 1932, dove troviamo il Grand Budapest in pieno splendore frequentato dalla decadente nobiltà europea. Giganteggia fra i numerosi personaggi che popolano la vicenda il conciergie Monsieur Gustave H. (Ralph Fiennes) che è il vero direttore dell’albergo che ha una passione per le nobildonne decadute molto più vecchie di lui.

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Altro personaggio al quale gli spettatori si affezionano subito è il lobby boy (ragazzo tuttofare) Zero Moustafa (Tony Revolori), giovane immigrato dalla pelle scura che potrebbe essere arabo, ebreo o indiano. Quando la nobildonna Madame H. (Tilda Swinton, irriconoscibile) muore improvvisamente, Gustave decide di fare un lungo viaggio assieme al fido Zero per partecipare al suo funerale, e da questo momento in poi, inizia una sarabanda di situazioni assurde e grottesche che ricordano molto certe commedie degli anni Trenta e Quaranta che denunciavano i soprusi del nazifascismo.

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Il pensiero va subito a Vogliamo vivere! di Ernst Lubitsch (Usa 1942), ma anche a Il grande dittatore di Charlie Chaplin (Usa 1940). Il film è diviso in vari capitoletti, ed anche il formato dello schermo varia a seconda del momento storico in cui è ambientata la vicenda. Wes Anderson è un regista sceneggiatore molto duttile ed eclettico. Nonostante sia un texano purosangue, nato ad Houston nel 1969, ama ambientare le sue opere in paesi esotici, come l’India de Il treno per il Darjeeling (2007), oppure l’isola sperduta del New England in Moonrise Kingdom (2012).

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Questa volta ha voluto andare nella vecchia Europa, quella che non esiste più e ormai appartiene solo ai reami del sogno, e lo ha fatto con un cast eccezionale, una serie di attori anglosassoni noti e bravissimi come il già nominato Ralph Fiennes, ma anche Bill Murray, Edward Norton, Harvey Keitel, Jude Law, Willem Dafoe, Adrien Brody, Mathieu Amalric e Jeff Goldblum. Il film funziona benissimo anche sotto tutti gli altri suoi aspetti, dalla fotografia di Robert Yeoman, alle musiche di Alexandre Desplat che ricordano molto la colonna sonora di Il terzo uomo di Carol Reed (1949), fino agli strepitosi costumi di Milena Canonero.

Insomma, un film assolutamente da vedere che io giudico un vero capolavoro.

 

Scritto da simonetta lorigliola

simonetta lorigliola

Simonetta Lorigliola, studi filosofici, è giornalista e vive e lavora a Trieste.
ha collaborato con "EV. Vini. Cibi Intelligenze", la rivista di Luigi Veronelli. Dal 2004 al 2010 ha diretto la Comunicazione sociale e le Campagne per Altromercato, la maggiore organizzazione di commercio equo e solidale italiana per la quale ha fondato il progetto IlCircolodelCibo. Autrice di pubblicazioni su origini e storia, ha recentemente pubblicato "È un vino paesaggio" (DeriveApprodi, Roma, 2017) È stata tra gli ideatori del progetto "t/Terra e libertà/critical wine" che ha organizzato decine di eventi in tutta Italia. Oggi collabora con il Seminario Veronelli. Scrive su Konrad dal 2012 e da ottobre 2015 ne è la direttrice.

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