Gli occhi dei nostri avi

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Provate ad immaginare di essere ricchi, molto ricchi. Immaginate di trovarvi nella vostra bella casa e sul tavolo rotondo del soggiorno disponete la vostra migliore tovaglia di velluto nero. Mettete la vostra mano in un sacchetto pieno di piccoli diamanti di varie dimensioni e spargetene qualche manciata sul tavolo; ora macinate la rimanenza del sacchetto e spargete un po’ a caso la polvere brillante seguendo una traiettoria leggermente curva. L’ora è tarda e la stanza è avvolta dal buio più fitto; le tapparelle sono gia abbassate e da un’unica fessura entra un raggio di luce bianchissima che cade direttamente e solo sulla tavola … probabilmente state immaginando quello che potevano vedere i nostri avi della preistoria volgendo lo sguardo verso l’alto in una notte di novilunio.

Sera dopo sera essi potevano ammirare il continuo roteare di questa volta magica dove ogni puntino sembrava rimanere al suo posto, ma cinque oggetti, un po’ più grossi degli altri, non seguivano questo movimento ma se ne andavano vagabondi lungo una fascia immaginaria posta in diagonale nel cielo. Molto raramente, altri oggetti facevano la loro comparsa, stelle che si accendevano brillando più intensamente per qualche giorno oppure altre, con una lunga chioma, potevano essere visibili addirittura per qualche settimana; più frequentemente qualche stella si staccava e cadeva lasciando una scia luminosa per un brevissimo tempo … chissà dove sarà andata a cadere pensavano probabilmente i nostri avi.

Noi guardiamo il cielo con gli strumenti da poco più di quattro secoli, gli occhi dei nostri avi lo studiano da almeno quaranta e lo ammirano da sempre; quasi tutte le grandi civiltà del passato, seppure prive di ogni strumento che non sia l’intelletto, hanno cercato di capire il significato di tutto questo.

Cina, India, Egitto, le varie popolazioni della mesopotamia, Grecia, centro e sud America e più recentemente la civiltà araba, anche attraverso la creazione di diverse religioni (solari come quella latina o lunari come quella celtica) hanno contribuito a quel percorso che ha permesso all’uomo moderno di capire quelle leggi universali che impongono i loro stessi limiti alla conoscibilità dell’universo, di arrivare fisicamente fino alla luna e sino a progettare di poter andare più in la.

Oggi l’astronomia è figlia delle civiltà mediterranee: le 88 costellazioni hanno nomi latini, tutte le stelle di ogni costellazione sono state classificate in odine di luminosità ed identificate da una lettera greca; alcune stelle hanno un nome proprio latino e quasi tutte quelle più visibili un nome proprio arabo così come i riferimenti di posizione.

Noi, quelle cinque stelle speciali, le chiamiamo pianeti (ed altri ne abbiamo scoperti) e sappiamo che si muovono lungo l’eclittica, studiamo le novae, seguiamo le comete nel sistema solare prima che sviluppino la coda ed andiamo a raccogliere e collezioniamo ciò che resta delle meteoriti, tutti temini che hanno il loro etimo nel latino o nel greco antico.

Ma lontano dall’inquinamento luminoso che acceca la nostra civiltà, in alta montagna, il cielo è ancora così buio e brillante come lo vedevano i nostri avi, un arazzo nero con tanti punti e macchie luminose, tante che non si riesce nemmeno a riconoscere le costellazioni; esplorare i suoi anfratti e le sue distese con un telescopio è quanto di più emozionale ed atavico ci possa ancora riservare e concedere madre natura: il fascino del cielo.

Nella foto di Ted Van August, il cielo e la galassia di Andromeda come li vedevano i nostri avi da un’apertura fra gli alberi

Scritto da muzio bobbio

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