Giardini al femminile ed uno storico atelier

Lo scorso 25 luglio il giardino all’inizio di Via Catullo è stato dedicato a due valenti fotografe triestine: Wanda e Marion Wulz. L’evento si colloca in una virtuosa serie di intitolazioni al femminile che sta interessando alcuni giardini cittadini e che mira a far conoscere alcune figure di artiste locali che si espressero in diverse discipline: musica, letteratura, arti sceniche e figurative. La scelta delle intestatarie, ben lungi dall’essere una trovata femminista, cerca in modo elogiabile di colmare il sorprendente divario che vede solo il 2% delle vie cittadine recare nomi di celebri donne del passato.

A tal proposito l’8 maggio scorso (le date scelte corrispondo ai genetliaci delle figure celebrate) il giardino di Via Benussi ha assunto il nome della scrittrice Marisa Madieri (Fiume, 8 maggio 1938-Trieste 9 agosto 1996), che fu moglie dello scrittore Claudio Magris e narrò l’esodo fiumano nel suo libro di esordio “Verde Acqua” (Einaudi 1987). Il 4 giugno il battesimo ha interessato l’area verde di Via Mascagni e la dedicataria è stata la cantante lirica Fedora Barbieri (Trieste, 4 giugno 1920-Firenze, 4 marzo 2003), cui si deve la donazione al Civico Museo Teatrale Schmidl di un’importante collezione di costumi di scena. Alla terza intitolazione, oggetto di questa disquisizione, seguirà il 30 agosto l’intitolazione del giardino di Via Boccaccio alla pittrice Leonor Fini (Buenos Aires, 30 agosto 1907-Parigi, 18 gennaio 1996).

Ma chi furono Wanda (25 luglio 1903-16 aprile 1984) e Marion Wulz (25 marzo 1905-3 agosto 1993)? Figlie -o meglio nipoti- d’arte, ereditarono e gestirono con abilità l’attività iniziata dal nonno Giuseppe (Cave del Predil 1843-Trieste 1918) che nel 1860 aprì un atelier fotografico presto divenuto punto di incontro degli amici ed artisti Giuseppe Barison, Giuseppe Garzolini, Alfredo Tominz, Pietro Fragiacomo ed Umberto Veruda.

A differenza di molti studi a lui coevi, non si limitò ai soli ritratti (il genere allora più richiesto da quanti erano desiderosi di farsi immortalare in una modalità differente e più accessibile di quella pittorica), ma fotografò anche paesaggi e scene di vita quotidiana. Molto attento agli aspetti tecnici, sperimentò sempre nuovi materiali andando alla ricerca della miglior qualità possibile di stampa.

Alla sua morte lo studio passò al figlio Carlo (1874-1928), ma dopo neppure un decennio anche questi venne meno, lasciando l’attività in mano alla 25enne Wanda (1903-1984) cui presto si affiancò la sorella Marion. Wanda più dei suoi familiari cercò fin da subito nella fotografia una forma di espressione artistica ed individuale. Si interessò dapprima al fotodinamismo e, nei primi anni ’30, al futurismo. Espose ad importanti mostre, quali la biennale internazionale d’Arte fotografica di Roma del 1930, ottenendo molti consensi e, di lì a poco, l’apprezzamento di Filippo Tommaso Marinetti: autore del manifesto del futurismo (1909) e principale esponente del movimento. In tale contesto vanno considerate le più celebri immagini dell’artista: “Wunderbar”, “Jazz-Band”, “Esercizio” e l’innovativa sovrimpressione “Io+gatto”.

L’attività proseguirà nel famoso “grande atelier” di Palazzo Hirschl (Corso Italia 19), dalle cui finestre Marion immortalò alcuni drammatici momenti bellici, sino alla sua chiusura avvenuta nel 1980. Nel 1986 l’archivio di fotografie (12.000 piccoli ritratti e 4158 stampe d’epoca) e negativi (oltre 8300 pezzi) fu infine acquisito dalla Alinari che hanno così salvato dal rischio di dispersione 120 anni di storia fotografica alabardata.

Scritto da laura paris

laura paris

Nata a Trieste nel 1985, storica dell'arte e coordinatrice del Gruppo FAIGiovani di Trieste Viaggiatrice, lettrice, esploratrice, amante dei romanzi avvincenti e del buon vino.

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