Firenze, patria di Terzani e Fallaci

– di Marco Rodriguez –

Tra guerre contemporanee, cortine fumogenae e parole dei profeti

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Giovedì 2 aprile. Line ferroviaria Trieste – Firenze. Ore 9.30. Il sole è già alto sulla Pianura Emiliana, avanguardia dell’agricoltura nazionale e roccaforte di una Sinistra che non vuole cedere alle vuote retoriche di chi ancora inneggia al Villaggio globale.

Schiacciato al finestrino da una donna cannone che russa come un tranviere, maledico i tirchi costruttori di questo treno ad alta velocità: metafora perfetta della globalizzazione. Dove alla contrazione del tempo corrisponde quella dello spazio e della qualità della vita. Sedili per chiappe lillipuziane e vano bagagli di Barbie.

Attraversata la muraglia appenninica, la Frecciargento attraccherà alla banchina di Santa Maria Novella, sbarcandomi nel cuore di Firenze: patria di Oriana Fallaci e Tiziano Terzani. Due preziosi testimoni del Novecento. Due inviati di guerra che dopo l’11 settembre spaccarono lo Stivale a metà con le loro opinioni. Un popolo diviso fra chi inneggiava alla guerra, e chi invece chiedeva la pace e il ripensamento della politica estera americana.

Una storia che oggi vale la pena rileggere. Perché gli attentati di Parigi e il fenomeno degli occidentali che si arruolano nella jihad, sono la diretta conseguenza delle scelte compiute allora. Con me, che lo porto, Konrad sbarca a Firenze con il suo messaggio di pace e di riflessione (Konrad 204, pag. 15) in un clima di tensione e di oscuri presagi per il domani.

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Ho tra le mani la prima lettera di Terzani, pubblicata sul Corriere della Sera il 14 settembre 2001. L’aveva intitolata Una buona occasione. Perché per lui quella era loccasione per pensare diversamente da come abbiamo fatto finora, loccasione per reinventarci il futuro e non rifare il cammino per arrivare alloggi e che potrebbe domani portarci al nulla. Stavamo entrando in guerra, e non c’era nulla di più pericoloso per Tiziano, che ignorare le ragioni del nostro avversario, definendolo semplicemente un “pazzo”.

Ricordo il pastore evangelico che nel 1995 mi lesse questo passo biblico: “Quando grideranno pace e sicurezza, allora un’improvvisa rovina verrà su di loro come le doglie alla donna incinta” (1Tessalonicesi 5,3).

Avevamo entrambi gli occhi puntati sul conflitto jugoslavo, sdoganato ai fessi come una guerra di religione. Erano quelle per il vecchio profeta le “doglie” presagite dalla Bibbia. Iniziate con il grido di vittoria dell’Occidente davanti alla caduta dell’Unione Sovietica, e l’arroganza di un’America convinta di poter imporre al mondo il proprio modello economico.

L’aveva capito anche Tiziano, quando in quello stesso anno passò due mezze giornate con i mullah. Mi ero sentito un appestato, scrisse. Il portatore di qualche morbo di cui non mi ero mai sentito affetto

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Eppure, sempre nel 1995, il grido straziante d’aiuto dei bosniaci svanì nell’imperturbabilità di un’Italietta che andava al mare, mentre 8000 musulmani venivano trucidati a Srebrenica. Un’indifferenza che paghiamo oggi. Perché la Storia presenta sempre il conto.

Sono infatti trascorsi vent’anni da quell’ignobile strage e dalla sottoscrizione degli Accordi di Dayton, che misero fine alla guerra bosniaca. Sancendo però il risultato del genocidio, e trasformando la terra di Andrić in una polveriera del fondamentalismo islamico. Un’altra buona occasione per riflettere dunque.

Mi guardo attorno e capisco di essere circondato da un popolo di gitanti del tutto estraneo a questo indicibile dramma. Sempre di corsa, sempre in affanno. Vittime dei ritmi disumani di un sistema che sembra avere un solo obiettivo: quello di non farti vedere, capire e pensare. Ma soprattutto, agire. Il clima è quello del 1995, e l’assedio del campo profughi di Damasco da parte dell’Isis, rievoca lo spettro di Srebrenica.

La cortina fumogena di disinformazione è la stessa di allora, mi dice Paolo Rumiz al telefono augurandomi buon viaggio e lasciandomi il numero di Angela Terzani. Mezze verità facilmente titolabili dai giornali e potere di assuefazione del sangue. Un cocktail diabolico, che se non ci lascia indifferenti, confina la nostra indignazione in qualche identità di facile accesso, come quella religiosa.

Un sistema consolidato, concepito per impedirci di comprendere le radici reali del conflitto, che sono come sempre politiche. Così persino la strage di cristiani in Kenya e il genocidio degli armeni di cent’anni fa, possono esserci vendute come prove inconfutabili di una guerra di civiltà.

 

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