Due film in cui domina il colore nero

di Gianni Ursini
Maleficent di Robert Stromberg (2014)

Maleficient

 

Visto che siamo in dicembre e si avvicinano le feste natalizie, è giusto che una volta tanto mi occupi di una favola per bambini. Devo confessare che quando acquistai il Dvd del film di Robert Stromberg Maleficent prodotto dalla Walt Disney, ero abbastanza scettico, e temevo di avere gettato via il denaro. Invece il film si è rivelato una vera sorpresa: mi ha commosso e coinvolto come non mi capitava da tempo- Tutto merito della superba interpretazione di Angelina Jolie. Nel remake con attori veri girato a 55 anni di distanza dal vecchio cartone animato, la sceneggiatrice Linda Woolverton (vecchia collaboratrice del geniale regista Tim Burton) ha pensato di approfondire la figura di Malefica, rovesciando completamente la situazione e facendola diventare una vittima della crudeltà umana. Così la fiaba della Bella Addormentata diventa la storia di Malefica, una fata buona trasformatasi in un mostro di cattiveria solo perché tradita orribilmente da chi amava di più, ma che alla fine troverà il modo di superare il male che le è stato inflitto, abbandonando le tenebre per ritornare ad essere una creatura della luce. Il vecchio maestro degli effetti speciali Rick Baker, amico personale del regista Stromberg è riuscito a dare a Malefica un aspetto veramente inquietante: pelle bianchissima, zigomi alti, gelidi occhi color acciaio e bocca rossa come il fuoco. Aurora, da parte sua, si convince che Malefica sia la sua fata madrina, dai tratti elegantemente dark, onnipresente, prudente e affezionata, perfino spiritosa. A questo punto la scintilla di bontà che nel cuore di Malefica non si era mai spenta del tutto, si riaccende. E l’odio che provava per re Stefano si trasforma in amore per la bambina. Quando Aurora ritorna al castello, la profezia si compie in un modo praticamente uguale a quello della fiaba classica, ma non sarà il principe Filippo a risvegliarla. Gran finale con la battaglia di Malefica contro re Stefano ormai impazzito e diventato uno spietato tiranno. Malefica come tutte le creature incantante teme il ferro freddo, e Stefano tenta di imprigionarla con una rete fatta proprio di quel metallo, ma lei riesce a liberarsi con l’aiuto del fido corvo Fosco, trasformato in drago. Alla fine è re Stefano a soccombere, dopodichè Aurora e Filippo ritornano nella Brughiera, mentre Malefica se ne andrà per sempre lasciandoli al loro destino.

Come si vede, la trama è completamente diversa da quella del vecchio cartone animato, e si regge soprattutto sulla splendida recitazione di Angelina Jolie, piuttosto che sugli effetti speciali: a me la cosa ha fatto immensamente piacere.

Ballata dell’odio e dell’amore di Alex de la Iglesia (2010)

Ballata-dellodio-e-dellamore

Ed ora, restando nel campo delle storie di fantasia, qualcosa di completamente diverso. Una favola nera intitolata Ballata dell’odio e dell’amore diretta e sceneggiata dallo spagnolo Alex de la Iglesia  il quale nel 2010 per codesto film ha ricevuto il Leone d’Argento alla Mostra del Cinema di Venezia. E’ la storia di Javier, figlio di una vittima del franchismo che nel 1973 trova lavoro in un circo come “pagliaccio triste “. Qui incontra Sergio, il “pagliaccio allegro” che fuori dalla scena è un uomo volgare ed estremamente violento, che maltratta senza pietà la sua donna, la bellissima trapezista Natalia. Dopo varie vicissitudini Javier impazzisce dal dolore, sfregia Sergio in maniera spaventosa e lui stesso si infligge delle orrende mutilazioni, dopodichè si procura delle armi da fuoco e comincia ad uccidere tutti quelli che intralciano il suo cammino. Il mite Javier è diventato un assassino pazzo e completamente fuori controllo a causa delle vessazioni che ha dovuto subire nel corso della sua vita a causa del regime franchista.  Dopo aver assistito casualmente all’attentato che costò la vita all’ammiraglio Carrero Blanco (20 dicembre 1973), Javier e Sergio si ritrovano nella Valle de los Caidos per la resa dei conti che avverrà in cima alla colossale croce alta 150 metri, punto focale del complesso monumentale. La battaglia finale è ferocissima, e coinvolge anche Natalia che, alla fine non sopravviverà. Niente happy end in quest’opera cupa e sanguinaria che ripropone in maniera crudele alcuni classici stereotipi felliniani, ma si rifà pure al film di Wim Wenders Il Cielo sopra Berlino (1987), pur mantenendo un carattere tipicamente spagnolo.

 

Scritto da gianni ursini

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