Fantasmi di Trieste. Anche a fumetti.

– di Gianni Ursini –

Trieste ha una scarsa tradizione per quanto riguarda il soprannaturale: nulla a che fare con la vicina Venezia.

Quando ero piccolo mia nonna non mi raccontava le storie di fantasmi, ma di quando nel 1902 aveva visto i gendarmi di Franz Josef caricare con le sciabole sguainate i fuochisti del Lloyd Triestino in sciopero.

Storie fantastiche e leggende popolari per radicarsi nella tradizione locale hanno bisogno di una lunga sedimentazione nel corso degli anni, e Trieste dopo il crollo dell’Impero Romano è stata terra di conquista per troppi secoli.

Forse qualcosa di interessante si poteva trovare fra le popolazioni di lingua slovena, ma le due guerre mondiali e la dittatura fascista del secolo ventesimo sono passate come un rullo compressore, ed hanno cancellato quasi tutto.

Che cosa rimane ?

Beh, abbiamo una  Dama Bianca  al Castello di Duino, le cui apparizioni risalgono fino al secolo sedicesimo, ma è una manifestazione spiritica piuttosto comune in tutta la penisola ed anche nel resto del mondo. Si tratta di una figura femminile diafana sempre rigorosamente vestita di bianco che si lamenta pietosamente ed induce le persone malinconiche a togliersi la vita. Pochi tentativi di suicidio si possono registrare nel castello di Duino, ma negli ultimi tempi almeno un paio di persone all’anno hanno trovato la morte gettandosi dalle rocce nel vicino sentiero Rilke: può darsi che l’influenza della nostra Dama Bianca arrivi fino a lì.

Se passate da quelle parti, quindi state molto attenti! Una  Dama Bianca  può sembrare un’apparizione gentile, ma invece è pericolosissima e porta sfortuna.

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Anche il ben più famoso Castello di Miramare secondo le dicerie locali risulterebbe essere “abitato“ dal fantasma di Carlotta del Belgio, inconsolabile vedova  dell’Imperatore del Messico Massimiliano d’Asburgo, fucilato a Queretaro nel 1867.

Lo spirito della povera donna impazzita dal dolore, sembra sia stato visto aggirarsi di notte nelle stanze del castello, ma  si tratta solo di voci non confermate.

Certo che pure a Trieste come dappertutto fino a 50 anni fa vi erano alcune ville abbandonate che avevano fama di essere delle “case degli spiriti“, ma sono state quasi tutte demolite per fare posto al cemento dilagante,  e di queste mormorazioni è rimasto poco o nulla.

Da parte di qualcuno c’è stato pure l’interessante tentativo di costruire una tradizione fantastica cittadina passando per la vocazione commerciale ed imprenditoriale che fecero la fortuna di Trieste nei secoli diciottesimo e diciannovesimo.

Nel 1968 apparve nelle librerie triestine uno stranissimo libro scritto da un certo Ignazio Universo ed intitolato I segreti di Villa Revoltella.

In esso si favoleggiava delle stravaganze esoteriche presenti nel parco della villa fatta costruire in collina dal noto barone e finanziere triestino. Da quest’opera  nel 2007  è stato tratto lo spettacolo di Luci e Suoni  I misteri di Villa Revoltella  rappresentato  nel giardino della famosa villa.

Comunque anche se vi è carenza di fantasmi, a Trieste non mancano gli spiriti allegri che si aggirano di notte per le strade della città dopo abbondanti libagioni enologiche. Scherzi.

Confesso d’altra parte la mia ben scarsa competenza in materia. L’esoterismo e le messe nere sul Carso sono cose che non mi hanno mai interessato. Resta il fatto a Trieste le stranezze non mancano.

Per chi volesse saperne di più, consiglio il libro di Leone Veronese e Armando Halupca intitolato Trieste Nascosta  (edizioni LINT ) dedicato soprattutto ad alcune notizie peculiari poco note nel campo dell’architettura locale.

E veniamo all’argomento principale di questo piccolo saggio: le storie a fumetti fantastiche ambientate a Trieste.

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Non si può iniziare ad affrontare l’argomento senza citare Il mistero della Camera Rossa, un’avventura di Martin Mystère scritta da Alfredo Castelli ed illustrata dal disegnatore triestino Franco Devescovi. Tale storia fu pubblicata a puntate sul quotidiano “Il Piccolo“ nell’autunno del 1994, e trattava di una fantomatica cripta collocata a Trieste nei sotterranei della chiesa del Gesuiti, dove si dice venissero torturati a morte gli eretici caduti nelle mani della Santa Inquisizione.

Tale locale, sebbene citato in alcuni documenti, in realtà non venne mai trovato, ed  il vulcanico Alfredo Castelli ne approfittò per creare un’avventura paradossale dove l’esoterismo si mescolava con le trame oscure di criminali organizzazioni neonaziste.

Fatta questa citazione più che doverosa, possiamo passare a qualcosa di più recente e completamente diverso.  Mi piacerebbe raccontare che mi sono recato a tutte le  presentazioni regionali del libro Aida al confine di Vanna Vinci ( Kappa Edizioni –ottobre 2003 ), e che ho stretto la mano dell’autrice durante le sue puntate nelle città di Gorizia, Monfalcone e Trieste, ma non è così.

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Il libro in questione l’ho comprato solo un paio d’anni fa spinto dalla curiosità, in una libreria che non esiste più, e di cui conoscevo bene il titolare Edoardo Triscoli, (Edi per gli amici) fin dai tempi della libreria “Morgana“, situata in via del Bosco e conosciuta da tutti per la sua saracinesca dipinta con i colori dell’arcobaleno. Anche codesta libreria è scomparsa da parecchi anni, ma ai bei tempi era una vera miniera per gli appassionati dei fumetti.

Purtroppo a Trieste si chiudono sempre più i negozi di libri, mentre di nuovi ne appaiono ben pochi.

Tuttavia, non preoccupatevi! Nonostante tutto, Edi Triscoli è ancora oggi vivo e vispo come un fringuello, si dedica alla sua attività preferita di disegno ed intaglio artistico del legno.

Ma torniamo ad Aida al confine. Devo dire che il libro di Vanna Vinci fu per me una lietissima sorpresa. Benché nelle storie a fumetti essa si rappresenti come una ragazzina, in realtà Vanna Vinci ha da poco superato la quarantina, e da quasi vent’anni esercita il mestiere di disegnatrice professionista creando personalissimi romanzi grafici, ed illustrando libri per ragazzi per conto della casa editrice Einaudi. Il suo modo di accostarsi alla nostra città è stato quanto mai originale. Poiché a Trieste vi è una certa carenza di storie di fantasmi, lei ha deciso di crearne una sua personale nuova di zecca: la materia prima non le mancava di certo.

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Ecco quindi la nostra Aida che dopo una delusione d’amore fugge dalla nativa Bologna e si rifugia a Trieste dove va ad abitare nella casa dei defunti nonni materni, in uno dei posti più inquietanti di tutta la città giuliana, dove le stranezze certo non mancano. L’edificio tuttora esistente, è situato in via Tigor n° 12, e viene chiamato nel libro di Veronese e Halupca La casa dei mascheroni , perché il monumentale portone decorato in stile liberty è sovrastato da gigantesche sculture in pietra raffiguranti le facce di due divinità silvestri. La casa non è molto vecchia: fu eretta appena nel 1907 su progetto di un certo architetto G.M. Mosco del quale oggi si è persa ogni traccia.

Unica nota d’interesse i vivaci affreschi del pittore Romano Buda che ricoprivano l’ingresso e che sono ormai completamente rovinati, mentre il giardino interno versa in un deplorevole stato di abbandono. Non mi risulta che in quella zona siano state segnalate apparizioni spettrali, ma certo il posto era perfetto per una morbosa vicenda soprannaturale, perché tutto là intorno trasuda una malinconia ed una tristezza inesprimibili.

Ciò rivela l’esistenza di studi e sopraluoghi diligentemente fatti in precedenza, e nella postfazione infatti la Vinci ringrazia il giornalista triestino Alessandro Mezzena Lona e il titolare del negozio Nonsololibri di piazza Barbacan per averla aiutata a trovare le locations  adatte dove ambientare la sua storia.

Dunque, Aida arriva mogia mogia a Trieste con un look fra il punk e il dark, e viene accolta piuttosto male dalla cuginetta Mara, che non vede l’ora di tornare a spassarsela con Lulli, il suo ultimo amorazzo gay. Il disegno è in bianco e nero, con dei delicati toni grigi che impreziosiscono il lavoro, ed il soffio incessante della bora è realizzato che dei buffi ghirigori che attraversano tutto il campo dell’immagine. L’ambientazione è assolutamente realistica, tanto che un triestino riconosce subito tutti i posti nei quali si svolge l’azione. Giunta alla casa dei nonni Aida viene sopraffatta dalla malinconia tanto che ad un certo punto si trova letteralmente proiettata nel mondo dei fantasmi. Ecco allora riapparire il nonno che se ne va come niente fosse a giocare a carte nella trattoria  Alla bella America, con i vecchi tramway che sferragliano ancora nelle strade, il porto pieno di velieri e piroscafi e la ferrovia che attraversa le rive. Ecco l’anima della città del passato che riprende vita davanti agli occhi prima esterrefatti e poi complici di Aida, con tutto il suo carico di gioie e dolori, gloria effimera, stragi, odio e persecuzione. Con gli occhi dello spirito questa ragazza spigliata e vivace  si trova a rivivere tutta la parte peggiore del secolo ventesimo, le due guerre mondiali, la dittatura fascista, l’occupazione tedesca eccetera. Il fantasma di uno zio tormentato morto giovanissimo il quale non ricorda le circostanze della propria dipartita,  la accompagna nelle sue tristi peregrinazioni.

Alla fine tutti i nodi, si sciolgono, i fantasmi spariscono ed Aida può tornare alla vita normale, tra studi universitari e festicciole in casa di amici alla ricerca di qualche nuovo fidanzato.

Eseguita con gusto finissimo, Aida al confine è una storia che mi ha colpito nel profondo del cuore e nella quale ho riconosciuto l’anima più vera della mia città. Questo libro a fumetti realizzato da una cagliaritana purosangue secondo me vale molto di più di certi tomi ponderosi scritti da famosi studiosi e giornalisti che vorrebbero analizzare la storia di Trieste e poi finiscono per scrivere solo la loro verità di parte.

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Tanto grigio e crepuscolare appare il libro di Vanna Vinci, quanto coloratissima e vivace è invece la storia a fumetti realizzata da Walter Chendi ed uscita recentemente con il titolo Esta Nord  Est  (Lizard Edizioni, 2007 ).

L’autore triestino non è nuovo ad ambientare le proprie storie nella regione Friuli Venezia Giulia, come per esempio Vedrò Singapore? ( Lizard 2004 ) tratto dal romanzo di Piero Chiara pubblicato da Mondadori nel 1981, oppure in Dalmazia ed a Trieste, vedi Le Maldobrìe a fumetti 1 e 2 (edizioni Luglio, 2004) tratte dai libri  umoristici di Lino Carpinteri e Mariano Faraguna.

Ma a quanto mi risulta è la prima volta che egli si addentra in una vicenda ambientata a Trieste a carattere dichiaratamente fantastico. Secondo quanto racconta Chendi, l’idea originale risale a molto tempo fa, addirittura quando egli ancora disegnava il fumetto Nuvola Rossa per la casa editrice Comic Art (1990 –1991 ).

Sono passati diciassette anni da allora : tanti ci sono voluti per trovare un editore disposto ad investire il proprio denaro in un lunga e costosissima storia e colori ambientata in una  remota città di confine. D’altra parte, racconta  Chendi, realizzarla in bianco e nero era assolutamente impensabile : La storia era stata pensata a colori e doveva venire alla luce in codesto modo. Così è stato, e devo dire che il risultato è veramente impressionante.

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All’inizio il racconto non sembra niente di speciale: si vede solo un gruppo di camioncini che arrancano in mezzo alla nebbia in cerca di un posto dove passare la notte. Si capisce subito che i passeggeri non sono italiani : sono tutti nomadi di lingua slava, sono armati e sembrano molto spaventati per motivi occulti. Finalmente viene avvistata una villa abbandonata dove i viandanti fanno irruzione con le pistole ed i fucili spianati.

Non si sa mai : la prudenza non è mai troppa. Loro non lo sanno, ma il palazzo è quanto rimane di una grande e bella città scomparsa alcuni decenni prima in seguito ad una catastrofe inspiegabile. La costruzione dove si sono rifugiati, che all’ esterno appariva completamente in rovina, nella parte interna sembra essere stato abbandonata da pochi giorni: un altro dei numerosi misteri che nel corso della narrazione non verranno spiegati mai.

Comunque ad un certo punto viene rinvenuto uno strano diario risalente a 40 anni prima e per passare il tempo qualcuno si mette a leggerlo ad alta voce, mentre gli altri stanno zitti ad ascoltare. L’autore è uno scrittore di libri per ragazzi che racconta la sua vita in una città che è sicuramente Trieste, ma con alcune particolarità diverse, come se si trovasse in un universo parallelo. Le giornate invernali si susseguono le une alle altre, apparentemente banali, fino a che un fatto nuovo viene a rompere la monotonia della narrazione : l’arrivo del caratteristico vento proveniente da est nord est che nel racconto viene chiamato Borne, ma nella realtà il suo nome è Bora.

Esso è un vento a raffiche piuttosto forte ( può raggiungere i 150 km/h ) che di solito soffia a cicli alterni di tre giornate, da cui il classico proverbio tergestino “ tre giorni la cala, e tre giorni la cressi “ ( per tre giorni si smorza, e per altri tre aumenta ). Ma, e se la Bora non volesse più saperne di smettere di soffiare ? E’ quanto succede nel racconto di Walter Chendi : il vento diventa sempre più forte di ora in ora senza accennare a placarsi.

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Volano cornicioni, antenne Tv, grondaie ed infissi vari. Nelle strade ci sono le prime vittime, e non si riesce a far arrivare i  soccorsi da nessuna parte. Il cielo è impraticabile, e le strade sono bloccate. Nonostante tutto, ci sono anche quelli che apprezzano la situazione : “ Ah, finalmente un po’ di aria pura “ esclama qualcuno.

Ma il vento infernale continua a soffiare sempre più violentemente fino a diventare un vero uragano. In codesta situazione, che sembra quasi ispirata al romanzo dello scrittore britannico James Ballard Il vento dal nulla (Urania n° 288 –1962) tutti i luoghi comuni della piccola borghesia della città di Trieste, comodamente isolata nel proprio ghetto quasi impenetrabile vengono spietatamente messi alla berlina. Accompagnati da visioni panoramiche di alcuni punti caratteristici della città simili eppure sempre più diversi in modo inquietante rispetto al modello originale, appaiono i politicanti locali totalmente impotenti di fronte alla furia della natura scatenata.

Il sindaco in particolare sembra una patetica caricatura dell’imperatore Francesco Giuseppe quando negli ultimi mesi della sua esistenza pare fosse affetto da una forma grave di demenza senile. Altri personaggi sembrano uscire dal lontano passato, e ricordano figure caratteristiche della Trieste d’altri tempi.

Ma questo non è niente : il bello arriva quando ad un certo punto cominciano ad accadere le cose veramente strane, perchè succede che la bora soffi talmente forte da portarsi via buona parte della popolazione. Uomini, donne, animali e vecchie suppellettili prendono tutti il volo e vengono soffiati via verso una destinazione ignota. I superstiti la mattina dopo si svegliano e si accorgono che durante la notte è accaduto un fatto ancora più sconcertante : il vento ha soffiato via anche i colori delle case !

Tutta la città infatti appare immersa in un livido colore biancastro, come se invece di un moderno centro urbano si trattasse delle rovine di una metropoli millenaria ( è chiaro a questo punto il motivo per cui il libro NON poteva essere realizzato in bianco e  nero). Ma pure il comportamento dei sopravvissuti è abbastanza strano : invece di essere terrorizzati da tanti accadimenti portentosi ( tra l’altro, anche tutti i bambini sono spariti senza lasciare alcuna traccia ), dopo qualche momento di sconcerto si organizzano per promuovere una grande festa in costume al teatro Politeama. La metafora della grande signora decaduta, che vive di allori sulle rovine del proprio illustre passato si conclude con un’orgia gigantesca scatenatasi nella platea dello storico teatro, mentre la vecchia Ardea,  vera Cassandra della situazione e personificazione del genius loci sempre più infuriato grida dal palcoscenico : “ Non avete imparato nulla ! “. Intanto il vento che si era un po’ calmato riprende a soffiare sempre più forte, e lo scrittore abbandona il centro cittadino per recarsi  nella sua casa sul colle del Castello dove scriverà le ultime parole del diario: “

Nessun vento è favorevole a chi non sa dove andare “. Finita la lettura e dopo a essersi arrovellati inutilmente in cerca di spiegazioni razionali, i nomadi raccolti nella villa si accorgono che è quasi l’alba e che fuori si è alzato un forte vento che ha disperso la nebbia. Le ultime parole che il vecchio patriarca mormora fra sé mentre contempla il panorama desolato sono : “ Domani potremo ripartire…Se faremo in tempo ! “ Ho voluto raccontare dettagliatamente la trama del romanzo grafico Est Nord Est per rendere omaggio allo straordinario talento visionario del grande disegnatore Walter Chendi, che ha voluto narrare una storia piena di allegorie inquietanti, forse per dare una lezione di umiltà a tanti suoi concittadini che si credono il sale della terra, e che invece non contano nulla di fronte all’implacabile scorrere del tempo. Quello che oggi sembra tanto importante nella vita quotidiana, con il passare degli anni verrà soffiato via come la sabbia del deserto, e rapidamente dimenticato.

Perciò sarebbe meglio lasciar perdere tutte le nostre misere beghe politiche e cercare di vivere al meglio la nostra esistenza di tutti i giorni. Credo che si questo il messaggio principale che scaturisce dal racconto di Water Chendi, e mi pare che esso sia assolutamente condivisibile.

 

 

Scritto da gianni ursini

gianni ursini

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