Da Astrakhan a Nizhny Novgorod in motonave

di  Giuliano Prandini

Continua il viaggio risalendo il Volga fino a Mosca 

Foto G. Prandini

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Lasciata Volgograd, la motonave Korotkov naviga verso Saratov. Fondata alla fine del XVI secolo, occupata nel 1773 dal ribelle cosacco Emel’jan Pugačëv, durante il regno di Caterina II si stabilì in questa zona un’importante colonia tedesca; tra il 1924 e il 1942 fu istituita la Repubblica Socialista Sovietica Autonoma Tedesca del Volga con capitale Engels. Con l’invasione tedesca Stalin deportò la comunità in Siberia, pochi fecero ritorno. Fino al 1992, per la presenza di industrie militari, divenne una delle “città chiuse” agli stranieri. Importante centro culturale e industriale, Saratov presenta un aspetto dimesso, provinciale. Oltre ai Tedeschi rimasti, la popolazione è composta da Russi, Ucraini, Kazaki, Tatari, Ciuvasci. All’inizio del Viale Kirov l’Arbat, il Conservatorio (1912) con elementi gotici e nella piazza il monumento al filosofo rivoluzionario Nikolaj Černyševskij. Nella Via Sacco e Vanzetti l’Istituto Tecnico Industriale dove studiò Jurij Gagarin, poi il grande Mercato Coperto del 1915 e il villaggio Tataro con povere case in legno e viottoli fangosi.

E poi le statue di Lenin e di Gagarin, il Viale della Gloria con il solito spiegamento di armamenti della Seconda guerra mondiale.

Dopo un giorno di navigazione, passata la chiusa presso la stazione idroelettrica di Balakovo, si entra in un ampio bacino.

Samara, anch’essa in passato “città chiusa” per le industrie aerospaziali, era conosciuta come Kujbyšev negli anni 1935-1991 in onore del politico sovietico Valerian Kujbyšev. Nella Seconda guerra mondiale furono trasferiti qui il governo, diplomatici, intellettuali.

Dimitrij Šostakovič vi concluse la Sinfonia n. 7, iniziata durante l’assedio a Leningrado.

Stalin vi fece costruire il Bunker, profondo trenta metri, tenuto segreto fino al 1990, nel caso Mosca fosse caduta. 

E ancora la Piazza della Gloria, la Pinacoteca con quadri dei Pittori Erranti della fine del IXX secolo, di Il’ja  Repin  e Kazimir Malevič. Dell’Embankment di Samara il romanziere (figlio della scrittrice Evgenija Ginzburg, autrice di Viaggio nella vertigine, resoconto diretto degli orrori dei gulag staliniani) Vasilij Aksënov disse: “Non sono sicuro che in Occidente si possa trovare una spiaggia così lunga e bella.” 

Foto G. Prandini

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In città sono attivi numerosi cantieri, Samara si sta preparando al Campionato Mondiale di Calcio 2018.

Si risale il Volga oltre Tol’jatti (non Togliattigrad!), la città della famosa Zhiguli. Stavropol’-na-Volge cambiò denominazione una settimana dopo la morte a Jalta nel 1964 di Palmiro Togliatti, e la popolazione non vuole cambiarla.

Nel ponte di poppa viene proiettato il film sovietico Mosca non crede alle lacrime di Vladimir Men’šov. Evgenij il pianista “triste”, esegue improvvisazioni musicali. E continuano le lezioni di lingua russa.

Kazan sorprende, è bellissima, colpisce l’uniformità di stile degli edifici, anche di quelli moderni. Fondata dai Bulgari del Volga, conquistata da Ivan il Terribile, poi distrutta da  Pugačëv, è la capitale della Repubblica del Tatarstan, vi convivono 115 nazionalità, soprattutto Russi e Tatari. Qui studiò, con poco successo, Lev Tolstoj.

La minoranza tatara è discriminata in Russia. L’attivista tataro Rafiss Kashapov sta scontando una condanna a tre anni per aver criticato il Governo russo sulla politica verso l’Ucraina e denunciato la persecuzione dei Tatari nell’annessa Crimea.

Dalla piazza con il monumento all’eroe Tataro dell’Unione Sovietica Musa Dzhalil, si entra nel vastissimo Cremlino, dichiarato dall’Unesco patrimonio Mondiale dell’Umanità, con la Grande Moschea di Qol-Şärif del 2005. Distrutte durante il periodo sovietico, ora la città conta oltre cinquanta moschee. Nella Cattedrale dell’Annunciazione, che fu trasformata in sede dell’Archivio di Stato della città, fu collocata la famosa Madonna di Kazan. Ne furono eseguite copie, ma l’originale sembra andò rubato e bruciato nel 2004.

(Questa è la seconda parte del reportage – prima parte Konrad 221 pag. 8)

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