Clima: dalla mitigazione all’adattamento

di Lino Santoro

Un inarrestabile Global warning impone di ragionare su come ridurne gli effetti negativi

In questi ultimi anni è stata la mitigazione ad assumere un ruolo strategico e dominando, da Kyoto in poi, il panorama geopolitico: ridurre la quota d’immissione dei gas climalteranti in atmosfera, contraendo il consumo di combustibili fossili e incrementando l’efficienza energetica.

Ma gli effetti del Global warming sono inarrestabili e anche se l’attuale trend d’immissione dovesse diminuire, diventa improrogabile pianificare interventi d’adattamento: anticipare gli effetti avversi del cambiamento climatico e agire per prevenire o minimizzare il danno sui territori, in modo che le conseguenze degli impatti risultino controllabili.

Nel corso di questi anni sono stati prodotti numerosi studi sulle Strategie di adattamento ai cambiamenti climatici. Oltre al Libro verde del 2007, al Libro bianco del 2009 l’Unione europea ha pubblicato nel 2013 la Strategia Europea di adattamento. L’ISPRA nel 2007 aveva pubblicato in collaborazione con il Centro Europeo per i Cambiamenti Climatici (CMCC) La valutazione economica degli impatti dei cambiamenti climatici e le relative misure di adattamento.

Il Quinto Rapporto di Valutazione dell’IPCC (AR5) del 2013-2014 mostra come i risultati delle proiezioni climatiche del Couplet Model Intercomparison Project Phase 5 (CMIP5) del World Climate Research Programme (WCRP), che usano una nuova serie di forzanti i Representative Concentration Pathways (RCP), offrano uno scenario a livello globale con un aumento di temperatura di almeno di 1,5°C rispetto al secolo precedente che per l’espansione termica del mare e l’apporto dei ghiacciai terrestri potrebbe innalzarne il livello fino a 82 cm. Una preoccupazione che ha indotto l’Unione Europea ad adottare la Strategia Europea di Adattamento al Cambiamento Climatico (2013) con l’obiettivo di incrementare la resilienza agli effetti dei cambiamenti climatici. Dando seguito all’iniziativa europea il Ministero dell’Ambiente ha elaborato la Strategia Nazionale di Adattamento ai Cambiamenti Climatici (SNAC) che va realizzata mediante il Piano Nazionale di Adattamento (PNA) e Piani di Azione a livello nazionale, regionale e settoriale. Il coordinamento tecnico scientifico per l’acquisizione delle informazioni necessarie per costruire la SNAC è stato affidato al CMCC per stabilire principi e obiettivi generali per l’adattamento, effettuare l’analisi e la valutazione dello stato delle conoscenze su rischio e vulnerabilità dei diversi territori, risolvere le lacune cognitive per gestire le incertezze scientifiche, individuare opzioni di adattamento a breve e lungo termine per i vari settori, definire un set di azioni e indirizzi per costruire la capacità adattativa, tenendo conto dei vincoli economici. In sintesi la visione è di “ridurre i rischi derivanti dai cambiamenti climatici, proteggere la salute, il benessere e i beni della popolazione e preservare il patrimonio naturale, mantenere e migliorare la capacità di adattamento, trarre vantaggio da eventuali opportunità offerte dalle nuove condizioni climatiche.

Uno dei principi generali è “coinvolgere portatori d’interesse e cittadini

In realtà non ci sembra che tale obiettivo sia stato perseguito. Quanti di noi sono informati dell’esistenza della SNAC e del PNA?

L’8 novembre è stato presentato a Marrakech dall’UNEP (United Nations Environment Programme) l’Emissions Gap Report 2016 inteso come una valutazione scientifica indipendente di come le azioni e gli impegni dei vari paesi influenzano l’andamento globale delle emissioni di gas serra. Però se gli impegni dei vari paesi (Intended Nationally Determined Contributions) non diventeranno cogenti Marrakech si concluderà con un fallimento. Di questo si rende conto la Commissione europea che intende valutare la proposta di uno strumento giuridicamente vincolante per imporre politiche di adattamento attraverso un’apposita Direttiva.

 

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