Chi sono io, Francesco?

di Franco Del Ben

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Al Centro Culturale Veritas di Trieste Raniero La Valle, lunedì 7 settembre, ispirandosi al suo ultimo libro Chi sono io, Francesco? (Ed. Ponte alle grazie, 2015), ci ha aiutato a capire le intenzioni e i gesti, il cuore e la mente di papa Francesco. In una relazione di tre quarti d’ora non possono emergere tutta la ricchezza e le profonde riflessioni che un libro è capace di contenere. Ma, se fatte da un grande artista, anche solo poche pennellate possono essere efficaci.

Tre sono state le grandi rivoluzioni del Novecento: le Costituzioni post-belliche di alcuni Stati (Italia, Germania…), con l’acquisizione dei diritti delle persone, con l’istituzione di rapporti di solidarietà tra i soggetti sociali e il ripudio della guerra; il sessantotto, con la rivoluzione delle etiche e la riscoperta del diritto di tutti alla felicità e all’attuazione dei propri desideri; il Concilio Vaticano II. Sono rivoluzioni interrotte: vediamo tentativi di riscrittura delle Costituzioni a favore di una restaurazione che mercifica tutto, a iniziare dal lavoro; è evidente il fallimento degli ideali del ’68, come mostrano le grandi migrazioni, in cui milioni di uomini cercano non la felicità, ma la sopravvivenza.

Almeno una rivoluzione è ricominciata: il Concilio, con il grande ideale di una fede in Dio riconciliata con le persone e i loro sogni.

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Francesco viene da un altro mondo ma soprattutto da un altro tempo: il tempo è più importante dello spazio. Ci permette di attivare processi che richiedono riflessione e consapevolezza. Esempi sono il mutato atteggiamento di Paesi come l’Austria e la Germania verso l’accoglienza ai profughi; l’indicazione alle parrocchie, ai santuari, ai monasteri all’apertura per l’accoglienza. Perché le migrazioni oggi non sono lo spostarsi di una massa di singoli, ma rappresentano interi popoli che si muovono. È una svolta epocale che Francesco ha compreso bene; è su questa percezione che egli interviene.

Ma c’è un’altra svolta epocale, anche se forse non è stata ancora ben percepita. Un documento della Commissione Teologica Internazionale del 2013 tratta della “violenza di Dio”: per alcuni, il monoteismo comporterebbe di per sé l’idea di un Dio violento. Nel documento, che non è semplicemente difensivo, si riconosce la contraddizione con la quale Dio, nel corso della storia, è stato presentato, a partire dall’Antico Testamento. È di importanza straordinaria l’ammissione che la percezione di Dio varia e si evolve nel corso della storia, che su Dio ci si può sbagliare. Gli esempi citati sono tanti, a partire dall’atteggiamento feroce e disumano verso i vinti Cananei e, in tempi molto più recenti, le violenze e le persecuzioni effettuate dai cristiani nel nome di un Dio esigente e vendicativo.

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Proprio in questo modo, in definitiva, la lettura tradizionale della Genesi rappresentava un Dio che si offende per la ribellione dell’uomo, sua creatura, fino al punto da punirlo con l’invenzione della morte, facendo diventare il lavoro una tortura, il parto una terribile sofferenza, la sessualità qualcosa di indegno, fino a richiedere, per l’espiazione, addirittura il sacrificio del proprio Figlio.

Oggi i cristiani stanno imparando a riconoscere la bontà di Dio, che è solo misericordia, che ama tutti per primo e previene ogni desiderio, guardando non ai (presunti) meriti, ma ai bisogni delle persone.

Questo abbandonare per sempre l’immagine di un Dio violento è destinato a cambiare anche i rapporti tra le diverse religioni e quindi il modo e i tempi per il dialogo interreligioso e l’ecumenismo.

La scelta dell’8 dicembre per l’inizio dell’Anno Giubilare non è casuale: saranno cinquant’anni da quando si è chiuso il Concilio, e la scelta vuole significare ripresa e continuità.

Per papa Francesco molte cose devono cambiare all’interno della Chiesa, a cominciare dallo I.O.R. e via via in altre strutture, ma soprattutto la Chiesa deve riparlare di Dio agli uomini, deve “dare Dio agli uomini”. E il tempo che abbiamo è un “tempo breve”. C’è molto da fare, ora che l’uomo si accanisce non solo contro se stesso, ma anche contro la sua casa, quasi volesse distruggerla. Come dice san Paolo, il tempo “ha alzato le vele”. L’occasione potrebbe non essere colta: ma allora il mondo sarebbe perduto.

Chiaro è quanto Francesco dice sulla misericordia: Dio è solo misericordia; è questo il suo modo di praticare la giustizia. Noi dobbiamo fare altrettanto, per quanto possiamo. Sono in questa linea la richiesta di accogliere i profughi, il mandato ai preti di perdonare il peccato di aborto, di rivedere il divieto dell’Eucaristia per divorziati e risposati. Francesco si rivolge a tutti gli abitanti della terra, non solo ai cristiani; tutti devono esser destinatari di una misericordia che non trovi confini nemmeno alla porta delle carceri.

Tutto questo può non solo rivitalizzare la Chiesa, ma rimettere in moto i sogni sopiti del Novecento e cambiare molto tra i rapporti tra gli uomini, nel campo della politica, del lavoro, dell’ecologia.

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