Bruna Rota: lo stile femminista

– di Giovanna A. de’ Manzano –

Stilista e artista pluriforme, Bruna Rota è una di quelle donne che hanno concorso a cambiare la cultura e il ruolo delle donne nell’ultimo pezzo di Novecento. Triestina, femminista ante-litteram, intollerante alle regole del sistema patriarcale in cui si è trovata a nascere. Bruna ci concede questa intervista nel rione di Città Vecchia, in uno dei suoi luoghi preferiti, Chocolat, delizioso ritrovo in cui si reca perlopiù in orario serale per scambiare due chiacchiere con vecchi e nuovi amici.
Bruna, cosa ricordi del periodo della tua adolescenza? Come vedi gli adolescenti oggi?
Sono la prima di tre sorelle. Già quando frequentavo le scuole medie vengo avviata, per volere di mio padre, all’arte della sartoria: inizio quindi  a frequentare durante le vacanze estive laboratori di sarte cittadine, che mi insegnano il mestiere. All’epoca non ci veniva concesso di «divertirci», parola che aveva un connotato altamente spregiativo e ciò in una cultura in cui bisognava solo lavorare ed essere utile agli altri. Quando ero giovane era culturalmente inconcepibile pensare a una donna senza un uomo accanto, padre, marito o fratello che fosse. Era inconcepibile pensare a una donna all’infuori di un contesto familiare o matrimoniale. Mi rendo conto che, nonostante gli sforzi della mia generazione, è necessario che ogni giorno i giovani di oggi si liberino da condizionamenti e mentalità comuni, che fanno loro idolatrare quegli «eroi» che impediscono loro di diventare individui liberi.
Qual è stata la tua esperienza da emigrata?
Nel 1955 sempre per volere di mio padre, consigliato da un prete, viene deciso che io e mia sorella andassimo a cercare lavoro in Australia, per poi richiamare da lì a breve tutta la famiglia.
Era il febbraio del 1956 quando ci imbarchiamo a Genova sulla “Fair Sky”, con altre 148  ragazze triestine; veniva chiamata la nave “maledetta”, aggettivo riferito però non all’imbarcazione o al viaggio in sè ma alle ragazze, che all’epoca erano considerate “poco di buono” in quanto viaggiavano senza famiglia. Ho trascorso un primo periodo in Australia in un campo di raccolta donne, in cui ricordo come piatto ricorrente la “gelly” (gelatina) preparata da un cuoco tedesco e la mia camerata con 12 posti letto. All’epoca è stato il governo Australiano a richiedere forze lavoro, tanto che ho dovuto fare una «prova d’arte» per venir ammessa nelle liste di emigrate. L’Australia richiedeva persone professionalmente preparate e fisicamente sane. L’emigrazione non sufficientemente regolamentata a cui assistiamo oggi giorno è più vicina al concetto di schiavitù che a un reclutamento di forze lavoro e ciò mi addolora molto.
Quale è stato il tuo impegno nel ’68? Cosa hanno significato per te quegli anni?
Nel 1964 rientro in Italia e apro da lì a poco tempo un laboratorio artigianale; dedico una stanza della mia bottega a uno spazio per donne, momento di aggregazione e discussione sulle tematiche più pregnanti dell’epoca: asili nido, aborto, divorzio. Negli anni ’70 apro «Spazio Donna» in via Imbriani e da lì nasce poi il progetto «Telefono Rosa»; tutti questi passaggi sono stati fatti assieme ad altre splendide donne, che ad oggi accompagnano il mio percorso culturale di genere e che porto e che porterò sempre nel mio cuore. Sono ora attiva con il GOAP, Centro Antiviolenza di Trieste, che aiuta centinaia di donne ogni anno a uscire dalla spirale della violenza.
Negli anni «caldi» siamo spesso scese in strada a manifestare per i nostri diritti civili e politici: ricordo che una volta siamo state fisicamente aggredite da fascisti che ci urlavano frasi quali «le donne devono lavare i piatti e stare a casa….vergognatevi….putt….!».
Come senti che vengono considerati gli anziani oggi?
Gli anziani come me oggi sono considerati una categoria ai margini, pesi inutili trattati con poco rispetto. Non sento alcun rispetto per il doloroso passato che abbiamo trascorso, passato di violenza  dato dalla guerra, dalla miseria, da una cultura soffocante.
Recentemente sono stata ricoverata in ospedale e nonostante sia stata fortunatamente sempre perfettamente lucida e capace, i medici hanno trattato sempre  con i miei parenti e mai con me; tutto ciò è stato veramente mortificante e so che la mia età è stata la causa di tale trattamento, alias violazione della mia privacy.  Anche quando ho deciso di porre fine al ricovero, hanno insistito per chiamare un mio familiare e ciò senza il mio consenso. Quando, congedandomi, ho chiesto che gli esami medici effettuati mi venissero inviati via e-mail, ho letto lo sgomento negli occhi del mio interlocutore, che mi richiedeva invece di venirli a ritirare di persona, come se il mio tempo per tali incombenze -strettamente amministrative- avesse minor valore causa la mia età. Anche se ho ottant’anni non ritengo di aver tempo da perdere per questioni che possono velocemente risolvere diversamente e mi rammarica che gli altri, spesso, cerchino di abusare del tempo degli anziani.
Bruna, qual è il tuo augurio per il Trieste per il nuovo anno?
Auguro che Trieste si apra al prossimo, che sia accogliente e che investa nel turismo, aprendosi in tutta la sua bellezza,  e nell’artigianato, fonte di cultura e creatività.
Trieste è una città che offre una grande ricchezza culturale alla portata di tutti. Mi auguro che si investa negli anziani, affinchè vengano considerati persone e non oggetti da gestire. Mi auguro che tutti possano trovare il tempo e la curiosità di crescere nelle arti e nelle attività che ritengono più degne di essere coltivate.
Mi auguro che le donne non smettano mai di cercare la loro autentica essenza e che abbiano sempre il coraggio di camminare da sole, se necessario. Auguro agli uomini di essere coraggiosi a sufficienza da poter sopportare quei cambiamenti culturali che i tempi impongono, senza con ciò sentirsi inadeguati.

Giovanna A. de’ Manzano

Scritto da simonetta lorigliola

simonetta lorigliola

Simonetta Lorigliola, studi filosofici, è giornalista e vive e lavora a Trieste.
ha collaborato con "EV. Vini. Cibi Intelligenze", la rivista di Luigi Veronelli. Dal 2004 al 2010 ha diretto la Comunicazione sociale e le Campagne per Altromercato, la maggiore organizzazione di commercio equo e solidale italiana per la quale ha fondato il progetto IlCircolodelCibo. Autrice di pubblicazioni su origini e storia, ha recentemente pubblicato "È un vino paesaggio" (DeriveApprodi, Roma, 2017) È stata tra gli ideatori del progetto "t/Terra e libertà/critical wine" che ha organizzato decine di eventi in tutta Italia. Oggi collabora con il Seminario Veronelli. Scrive su Konrad dal 2012 e da ottobre 2015 ne è la direttrice.

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