Bogdan Grom: il carso in America

Grom

Bogdan Grom

Bogdan Grom (pittore, scultore e molto altro) è nato a Devinščina nel 1918. Il linguaggio “particolare” che adopera nel parlare, e che ho cercato di mantenere, è dovuto al fatto che, di madrelingua slovena, abita da più di cinquant’anni in America (New York) e usa la lingua italiana (che spesso riesce a separare dal dialetto triestino, piuttosto interessante perché “antico”, quasi istriano) solamente quando giunge nel nostro paese. Ho mantenuto le poche “incursioni” in sloveno senza la traduzione perché siamo a Trieste e il senso non si perde (benché io abbia avuto l’assistenza della mia compagna).

Lei è andato via da queste zone intorno al ‘57, aveva già esposto più volte nelle gallerie di Trieste e stava acquistando una certa notorietà nella ex-Jugoslavia (se non altro come illustratore di libri per ragazzi): come mai se n’è andato?
Perché Trieste era saturata di artisti che erano tutti invidiosi dei miei successi, e a me non piace lottare per i miei meriti, allora ho deciso di andar via. […]

E negli Stati uniti, com’è stato accolto?
Con grandi ovazioni, sulla Fifth Avenue, tutto coriandoli, tutto… Scherzo dai!

Eh eh, l’avevo immaginato. C’era posto per un artista alla fine degli anni ‘50?
Non me lo chiedevo; però ero convinto che se dovrò abbandonare quello che facevo tornerò indietro! La porta era sempre aperta; quella volta ero un fuoriuscito. […]

Una volta giunti là, come sono cambiati i contenuti e la tecnica dei suoi lavori? Se sono cambiati, ovvio, perché comunque un’altra cultura…
No. I cambiamenti erano nell’adoperare l’esperienza che avevo delle arti applicate: cioè tecniche, diverse tecniche. E quello mi ha permesso di lavorare con gli architetti e gli sviluppatori dei shopping centers. Allora tutto il resto era sempre qualcosa di nuovo, nuova tecnica… perché erano anche sempre questioni di: “In quanto tempo?”, “Quanti soldi?”; questa era la cosa più importante: far soddisfatti i…

Il committente.
Ja.

Grom - Redivo

Bogdan Grom – Riccardo Redivo (foto di Arjana Bravin)

Quali sono i maestri che ha conosciuto?
Mah, io ho conosciuto tutti i contemporanei pittori italiani perché nel’45 ho partecipato alla prima riunione di artisti italiani dopo la liberazione, a Roma, e là ho conosciuto tutti.

Si riconosce in qualche maestro? Chi l’ha aiutata concettualmente? Da chi ha preso…
Sempre cercano chi mi ha aiutato. Io veramente mi sono aiutato da solo perché, da anni 3, ho sempre disegnato e osservato. E poi l’anno decisivo più importante era quello del 1928, quando mio padre ha optato per la Jugoslavia (e a quel 28 avevo 10 anni) e lui mi aveva sempre sopportato; però nel’28 mi ha dato un libro che era molto importante per il futuro: era un Almanacco per la gioventù tedesca (Jahrbuch für die deutsche Jügend). In questo Almanacco ho trovato… ho scoperto tante cose: prima di tutto mi sono per la prima volta confrontato con una riproduzione astratta di Marc… chi era quello? I cavalli blu [di Marc Franz, 1880-1916]. Sebbene non capivo tutto, ho capito che i colori erano veramente bellissimi […] In quel libro inoltre ci furono piani per far costruzioni in carta, per bambini; allora ho provato anche quello. […] Dopo c’era anche un piano come adoperare il… drago, no?

Drago?
Ne…

Aquilone?
Ja, torej; kako rečeste temu ki imaste…

Il vento? Aquilone.
Aquilone, al quale poi attaccare una macchina, una piccola macchina fotografica per poter fare una…

Panoramica.
Dopo c’erano disegni di…del…chi è stato <a fare> Emil il detective? Emilio il detective [Emil und die detektive, romanzo per ragazzi di Erich
Kästner del ‘29 le cui illustrazioni – di Walter Trier – contribuirono al successo del libro], quel stile mi piaceva insomma, mi piaceva. Ci son tutte queste cose in quel libro, che lo preservo gelosamente. È, in breve, quasi tutto quello che ho fatto più tardi, perché le costruzioni di carta le sto facendo ancora oggi e dopo trasfondo in metallo…

Tipo dei modellini che poi elabora.
Oh, ja. Disegni, modellini.

Ha a che fare coi giovani? Nota delle differenze con i giovani artisti, rispetto una volta? C’è una diversità o…?
Vedo solo una cosa: bisogna dire una cosa importante quando lei parla dei miei lavori, che sono lavori di cinquanta, sessanta anni fa, e allora là non c’era aiuto dei computer, aiuto di questo, quell’altro, era tutto… devi creare con le tue mani e disegnare con le tue mani e preparare e così via. Anche le cose tecniche, ho dovuto sempre rendere chiare per poter …

…sviluppare.
Ja. Così. Coi giovani vedo che sono entusiasti, ma purtroppo trovo che sono troppo tutti simili uno l’altro, perché adoperano anche gli stessi metodi e come disegno non so… penso che sono pochi che veramente hanno comando, no?

Che hanno mano… Un’altra domanda: perché, secondo lei, a me accade di parlare con i triestini di lingua italiana, di qualunque generazione, della sua opera e, a parte gli addetti del mestiere, non la conoscono? Perché secondo lei, quelli di lingua italiana triestini?
Perché sono troppo giovani. E Poi, ancora una cosa: bisognava distinguere che io lavoravo a Trieste dal ’47 fino al ’57, nei tempi che erano  troppo burrascosi, quando era molto importante di sottolineare chi sei, e non brand, non…come si dice? Brand… Che siamo tutti ben distinti, no?

Identità?
Lahko…come identità penso che questo “Gruppo dello Scorpione” [orbitante attorno la “Galleria dello Scorpione” di Trieste, collocata in un angolo che da su piazza Ponterosso, ora sede di un bar], che eravamo 7, ognuno aveva una propria personalità e molto… tu potevi sempre sapere: questo è Spacal, Cernigoj, Grom…

Ah, lo stile!
Stile. Noi tutti abbiamo fatto il nostro stile, e adesso lei mi…se uno mi può rispondere qual è lo stile di oggi…è una mescolanza fra computer, forse anche a mano e così via, ma non più puramente in una specifica tecnica, insomma; quasi più un collage di tutto quanto.

Meno artisti, meno artigiani…
Per me la cosa più importante è: se tu sai disegnare, va bene, se non sai disegnare…

Io parlavo della realtà triestina perché si tende a non fare emergere gli artisti, soprattutto sloveni, e tende a parlarne bene solo quando sono già affermati. C’è una battuta di Flaiano che dice: “Gli italiani sono sempre pronti a correre in soccorso dei vincitori”.
Eh, eh.

Questo è il problema, no? E a Trieste ancora di più. Non le pare?
Quella volta… io non posso parlare di me in questo senso perché avevo sempre degli amici, e perché è una conseguenza della professione del mio papà che era banchiere, qua della Živnostenska Banka pro Čechy a Morav de Praga [diventata poi Banca d’America e d’Italia e ora sede della Deutsch Bank], e lui conosceva tutta la Trieste economica; e allora quando ho avuto la prima mostra, tutti questi suoi vecchi amici sono venuti a vederla e adesso, con gran dispiacere devo dire, ho venduto tutto. Io vendevo sempre tutto. Non tornavo a casa mai con un lavoro. E quelli si mangiavano, ma…

Così era.
Ja. […]

Lei ha viaggiato molto e abitato in molte città (Trieste, Lubiana, Subotica, Zagabria, Belgrado… ): qual è la sua città preferita, dove vorrebbe vivere? Dov’è adesso o…
Subotica. Perché cresciuto ragazzo tra i serbi, ungheresi, švabi [tedeschi, circa come il nostro “cruco”], era sempre una vita cosmopolita, e contrario a quanto si legge e così via: loro veramente ti accettano come uno dei suoi. Per me quello era il più significativo posto dove ho vissuto. Non mi piaceva troppo Zagabria: ma io avevo dieci anni e già dovevo far delle distinzioni no! A Zagreb sì. A Zagreb per loro ero Kranjc [identificativo di sloveno (della Kranjska)]. Io nemmeno sapevo chi son Krajnci: son venuto da scuola italiana a scuola croata. Appena lasciavo Zagabria era sempre molto bello…sempre molto bello, molti amici, non solo per me e mio fratello ma anche per i miei genitori e così via. Ljubljana è sempre un po’ riservata, insomma. Vse kar je narejeno v Sloveniji je vrhunsko [Tutto quello che è in Slovenia è altezzoso].

Razumem. Ho letto che ha abitato anche a Venezia.
Oh si, là era anche molto bello, molto simpatico […] a Venezia ho trovato un gran amico, Armando Pizzinato. Inoltre, prima di conoscere Pizzinato, mi è venuto a trovare Musič, col quale ho avuto sempre interessanti incroci […]; per me era un interessante personaggio e siamo rimasti amici proprio fino all’ultimo sospiro. […] A Venezia ho avuto poi altri, bravi amici veri, quelli compagni dell’Accademia, e l’ultimo col quale ho avuto contatto, ma è morto, era il proprietario del Caffè San Marco, quel caffè dov’era l’orchestra, ja, e lui era bravo artista anche, però è morto. A Ljubljana, dei vecchi, sono sopravvissuto a tutti insomma. So che dal beniamino sono diventato l’ultimo, eh eh; la mummia, eh, eh.

Un’ultima domanda: in America, adesso, ha qualche progetto, ha qualcosa in mente?
Senza progetti non potrei vivere. Sto preparando su questi differenti aspetti del mio lavoro; in qualche maniera lavoro dal ricordo, in altra dalle composizioni che ho fatto astratte e poi sviluppo. Con me era sempre così: se comincio con qualche cosa poi diventa come quelle babuške russe [matrioske]. […] Darò tutto il mio archivio all’Università di Ljubljana e in certi musei dove ho esposto. Non m’interessa, non posso portare [indica il cielo], però m’interessa se uno fa la ricerca, altrimenti, mi sono rassegnato! Ja. […] Io guardo da un punto di vista un po’ lontano: quello che mi preoccupa è di veder i miei lavori finir…

Nei posti giusti.
L’importante collezionista, va bene, ma il resto… Tutto quello che c’hanno i parenti… uno dopo l’altro dovrebbero dare dove sono le mie cose raggruppate, così sarebbe, sarebbe..

L’ideale.
Ja, l’ideale. No, basta, non voglio nemmeno vedere… Allora, dragi, arrivederci.

Nasvidenje.
Nasvidenje. Arrivederci e auguri.

Riccardo Redivo

[Da Konrad n°163, febbraio 2011]

Scritto da riccardo redivo

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